La poesia della palermitana Sandra Guddo… di Domenico Pisana

da “Amo il chiaroscuro” –  Edizioni del Riccio

Domenico Pisana

Agosto 9, 2021

E’ una poesia che si muove nella gioia di affetti, nella delicatezza di toni e di misure e nella trasparenza di immagini, e piace perché è schietta, sincera, attraversata da un “nous meditativo” radicato nella realtà del nostro tempo. Questa la prima impressione che si prova alla lettura della raccolta “Amo il chiaroscuro”, Edizioni del Riccio, della palermitana Sandra Guddo, Presidente emerita dell’Università Popolare di Palermo, che ha alle spalle una significativa produzione di opere di narrativa ove la sua scrittura, in particolar modo in Ciciri. Racconti di terra di Sicilia, risulta connotata di un fascino di momenti creativi che, ora, si essenzializzano anche nella parola poetica, mettendoci di fronte ad una personalità sensibile e dotata del possesso degli strumenti essenziali per fare poesia. La presente raccolta ne è la valida conferma.

Il corpus poetico della silloge, che si avvale di un incisivo apparato iconografico dell’artista Viviana Carollo, poggia su una pluralità di tematiche creative( Delle donne, Dei giovani, Del nostro tempo, Del mio tempo) che si integrano nell’unità di un realismo esistenziale trasfigurato nelle sue luci e nelle sue ombre e proteso a guardare il tempo e le cose come “immanenti specchi” (l’espressione è di Ungaretti!) della vita interiore, senza cioè filtri emblematici che non siano quelli di una composta attenzione umana.

Costanti ragioni interiori ed etiche costituiscono il filo rosso che unisce le quattro sezioni del libro e il viaggio dell’anima della poetessa, la quale avverte la coscienza del negativo della realtà presente, immergendosi nel paesaggio dell’inquieta società moderna.

Dentro il “chiaroscuro” che Sandra Guddo dichiara di amare, c’è sì rammarico e pessimismo ma anche fascino della luce e dell’Infinito, riconducibili ad un unico sentimento interiore; la speranza; i suoi versi adombrati di luce e di buio ci offrono, alla fine, la proposta stimolante di un modello etico-culturale che apre l’orizzonte del senso vero della vita, in tempi di crisi di valori e di malessere spirituale.

L’autrice è infatti convinta che “certe emozioni – così essa scrive – possono trovare la giusta dimensione soltanto se esternate sotto forma poetica”. La poesia, in effetti, aiuta a non smarrire il senso della restituzione alla gioia, la fiducia nella salvezza. Quel senso e quella fiducia che sono coerenti con la sua personalità e che giustificano lo stile semplice, spoglio, privo di elaborazioni studiate, dei suoi versi e l’aderenza degli stessi ad un ritmo interiore.

Sandra Guddo guarda ai dettagli della vita già nella prima sezione della raccolta, “Delle donne”, ove quel che piace è il tono cordiale e candido della sua scrittura che mette il dito su una problematica complessa da sempre dibattuta all’interno di una “cultura maschilista e femminista”, ossia il ruolo della donna, il tema della violenza sulle donne, il tema della donna ridotta ad oggetto di piacere e di consumo:

“…Sei pronta a donarti a lui

 giovane donna dallo sguardo inquieto

 anche se verrà

 non ha doni da offrirti

 soltanto sesso e un gelido egoismo”.

 (Egoismo)

…Getta il tuo cappotto sulla neve

 e sali sulla mia moto roboante.

 Ti porterò in sella al mio piacere

 tra sassi scoscesi e ripide discese…”

(Dialogo)

Come si può notare la spontaneità dei luoghi e dei ritmi, delle figure e dei dosaggi non è fredda descrizione della realtà, ma espressione della sensibilità e della lettura della poetessa, del suo sentire impulsivo che ordinatamente si periodizza nella infusione di tempi lirici e valori etici.

La poesia della Guddo, così, diventa traducibile intreccio di quel “chiaroscuro” che ella ama, di silenzi e di ignoto, di armonie e di ricordi, di improvvisi fremiti e di sussulti di composta indignazione; diventa flusso di idee che promana dalla realtà del mondo femminile e come rugiada si posa sulle cose e le inclina, aprendo con il lettore un colloquio nella obiettività degli sguardi che colgono nicchie di vita in cui gocciola il suono della sua voce ansiosa:

“…L’inganno dei cristalli

 si è svelato

 Ma tu, bambina mia,

 lo capirai?”

(Cristalli)

Lo spazio della poesia di Sandra Guddo è certamente il presente storico con la sua problematica e la crisi dei valori, come ben lascia intravedere anche la seconda sezione della raccolta, “Dei giovani”, ove il suo sguardo polarizza l’attenzione sul chiaroscuro del mondo giovanile delineandone i mutamenti generazionali e le antinomie.

Emerge dai versi la contraddizione di giovani che “onorano l’anoressia” ma dimenticano i loro genitori (Quarto comandamento), di giovani che aspirano a costruirsi il futuro ma non resistono al fluire di una vita ingannevole tesa alla ricerca acritica di sensazioni ed emozioni di vario genere: “asserragliati nelle discoteche… / ascoltano la musica a palla / ingollano pasticche colorate …la testa china sul tablet”, in Giovani.

 E ancora, dai versi di Sandra Guddo trasuda la complessità del mondo studentesco delineato dalla poetessa nelle sue ambiguità e incongruenze senza aliti di moralismo ma con la sofferenza di chi crede nella relazione educativa, se è vero che ha parole forti verso coloro che assumono, spesso, atteggiamenti pregiudiziali di condanna dei giovani:

“…Ma vi sbagliate,

 loro, i giovani,

 hanno tanto da insegnarvi

 dovete solamente

 restare ad ascoltare…”

(Babele)

Le due ultime sezioni del libro poggiano sulla categoria “tempo” ( Del nostro tempo, Del mio tempo), e aprono lo scenario sul fenomeno della globalizzazione e sulla concezione del tempo come “categoria dello spirito”. Se la sezione Del nostro tempo è una finestra sul mondo divenuto “villaggio globale”, su un tempo di smarrimento, di lacerazioni e divisioni, di solitudine e contrapposizioni attraversato da problematiche come quelle dell’immigrazione, dell’integrazione culturale e religiosa, la sezione Del mio tempo si connota come dolente meditazione interiore della poetessa che guarda dentro di sé tentando ancora di sognare “l’ignoto , l’avventura, l’impossibile”; non si tratta, certo, del sogno ciceronianamente inteso nel De Divinatione , ma del sogno nel quale il tempo non è kronos ma Kairos, cioè “il tempo designato nello scopo di Dio”, il tempo in cui Dio agisce, tant’è che spesso viene usato nella teologia per descrivere la forma qualitativa del tempo, qualità che l’autrice immagina seduta sulla sua panchina mentre osserva il mondo: “…Voglio restare seduta in panchina… a guardare il cielo / mentre le nuvole/ danzano sopra di me e petali di rose / volteggiano nell’aria…mentre i pensieri corrono / sui crinali della fantasia / immaginando un mondo diverso / con lucenti arcobaleni…”, in La panchina.

Dai versi di Sandra Guddo emerge che il sogno è il tempo del venire meno anche di tutte le barriere di fronte a Dio, di tutte le difese di fronte ai suoi desideri, e dunque del lasciarsi condurre da Lui: “…nella goccia di rugiada, / nella brezza del mattino, nel meriggio assolato /nel cielo stellato, ti ho cercato e lì /Ti ho trovato !”, in Ermeneutica.

Questa silloge poetica è, nel complesso, attraversata da una forte dialettica luce – tenebra, quasi sull’onda del Logos del Prologo del vangelo di Giovanni, e tutta la versificazione si essenzializza in una costante stigmatizzazione del limite di una modernità che ha sì raggiunto grandi traguardi, ma che non riesce ad uscire da quel “turbinio di voci / e di luci rutilanti” che quotidianamente la stordiscono, spingendo così la poetessa ad invocare l’aiuto dal Cielo in atteggiamento eucologico: “…Ogni sera, a mani giunte, torno pregarti/ o mio Signore!, in Smarrimento.

In conclusione, nelle quattro sezioni della raccolta c’è lo sviluppo diegetico in climax di una esperienza rappresentativa della realtà, c’è l’intreccio di sfumature in “chiaroscuro” di un discorso che indaga quel “quid” che sta dietro alle cose, agli oggetti, alla vita stessa stabilendo un legame tra gli interrogativi profondi dell’esistenza umana e i dettami della trascendenza, e dove la ricerca dell’ “oltre montaliano”, il mistero non diventa “l’absurdum” quanto il luogo in cui ragione e sentimento poetico fanno spazio alla speranza nell’ottica dell’ eternità:

“…Accanto a me, misteriosa dormiente,

 assaporo l’eco dell’eternità

 ombra fuggitiva che sapiente

 mi rapisce verso atmosfera cosmiche

 dove l’oblio diventa la mia culla.”

 (Atmosfere cosmiche)

Dunque un itinerario poetico, quello della Guddo, imbevuto di toni lirici, delicatezze d’anima, immagini, simboli, metafore e tratti di “autoanalisi” che si fondono nell’unità di un poetare caratterizzato da uno stile che passa dal verso breve a quello più lungo, dal prosodico al lirico e che coglie le antinomie del nostro non per arrendersi ma per raccogliere la sfide a credere nell’avvenire del mondo costruito nell’amore: “…Ti ho riconosciuto / ti chiami A

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