Fiore di Hibiscus di Concetta Mangiameli a cura di Sandra V. Guddo

CONCETTA MANGIAMELI

FIORE di HIBISCUS

A cura di

SANDRA VITA GUDDO

 

 

Da tempo presente nel panorama culturale siciliano con interventi ora in prosa, più spesso in versi, Concetta Mangiameli si è decisa a radunare le sue poesie sparse, scritte nel corso degli anni, in un’unica silloge poetica dal titolo emblematico” Fiore di Hibiscus”.

Consapevole del valore della memoria, Ella vuole realizzare un progetto davvero importante: lasciare traccia di sé alle future generazioni e, in particolare, alla nipotina Giulia affinché ne serbi il ricordo attraverso le sue parole che hanno un valore non soltanto memoriale ma anche educativo in quanto inducono alla riflessione su alcuni temi che sono particolarmente cari alla poetessa.

Tra questi emerge l’amore incondizionato per la” Sicilia” a cui dedica la prima sezione, tanto che alle poesie in lingua italiana si alternano, in modo armonioso e altrettanto efficace, quelle in siciliano a testimonianza dell’attaccamento alle sue radici, consapevole che ai figli e alle future generazioni occorre lasciare in eredità due cose durature: le radici e le ali. Ed è con questa celebre frase di William Hodding che si apre la seconda sezione di liriche dedicata alla Famiglia.

Seguono le altre parti che affrontano temi fondamentali come “L’Amore”, “A Giulia”, “I giorni che cambieranno (…), “Ricordi” e “Nessuno”.

Il messaggio che emerge dal suo insieme condensa una profonda riflessione che descrive i doni che un semplice fiore come l’hibiscus sa regalare con generosità e semplicità agli uomini in un solo giorno di vita: il suo profumo, lo splendore dei suoi colori, l’umiltà e la consapevolezza di avere attribuito un significato al suo vivere.  Al contrario gli uomini, troppo spesso, nell’intero arco di una vita, non sono capaci di fare altrettanto, neanche in minima parte.

Una silloge poetica vera, mai artefatta in quanto scaturisce dalle esperienze di Concetta che lei riesce a esprimere con un linguaggio poetico semplice e immediato, sicuramente antiretorico e anti- ermetico. Un valore aggiunto che rende le sue poesie immediatamente comprensibili nel suo contenuto più autentico, privi di espedienti letterari e inutili giri di parole che potrebbero infine nascondere un vuoto di contenuti. La Poetessa, al contrario, ha molto da raccontare e lo fa dimostrando di padroneggiare il mezzo espressivo, sia in lingua italiana che siciliana, in modo fluido ed empatico, al punto che il lettore potrebbe sentirsi interamente coinvolto dai suoi versi che raccontano la storia di una donna a iniziare dalle sue origini: la Sicilia perché “è in Sicilia che si trova la chiave di tutto”.

“Nasco in un’isola, sono femmina/ e sono un’isola nell’isola” scrive la poetessa, anticipando il tema dellaSolitudini” …

Una terra “aspra, assetata, assoluta (…) dove lo scarto diventa risorsa” come le pietre tolte dai campi da seminare che diventano muretti a secco. Una terra” ‘ntra cielu e mari”, regina del Mediterraneo dalla storia millenaria, un’isola di straordinaria bellezza, dominata dall’Etna il cui “fuoco scorre nelle nostre vene”.  Una terra, tuttavia, che costringe i suoi giovani, tra i migliori, a lasciarla per altre mete in cerca di quel lavoro che essa non è in grado di offrire e così “Sicilia matri/ c’addivasti i to’ figghi/ senza risparmiu/ ora ca criscenu/ li jetti a la stranìa/ senza cunottu/ pi circari ‘na spiranza di travagghiu!

E restano soltanto i vecchi che aspettano notizie dai figli ormai lontani mentre il senso di solitudine si accresce e dilaga nell’animo desolato “S’ammuccia a tutt’agnuni … senza mutivu ti spurpa l’anima … ora u silenziu cummoghia di pruvulazzu/ u munnu riduttu a ‘na stanza.  

L’emigrazione: un dramma reale di dimensioni epocali, un vero esodo biblico, il più grande che si sia mai registrato in nessun’altra parte del mondo che la nostra poetessa riesce a registrare con drammatiche parole vibranti di pathos!

E’ inevitabile allora che “Una Vita”, la sua, sia una storia di illusioni a cui seguono le delusione nell’altalena dell’esistenza che regala momenti di intensa felicità e altri di profondo dolore e smarrimento. Ma Concetta Mangiameli conosce il valore del tempo anche se, a volte, ha la sensazione di essere catapultata in un acquario e che il tempo sia fluido come l’acqua che scorre tra le dita senza lasciare traccia.

Appigliarsi ai ricordi, allora, diviene il modo migliore per fermare il tempo e fissare nella mente le immagini più intense della sua vita a cominciare dalla casa paterna. Le ore spensierate che lei viveva gioiosamente insieme alla madre, scomparsa prematuramente ma sempre viva “nella nostra mente”, la nonna Angela” le mani sempre operose, la fonte di una lingua ricca di misteri e di magie”. Indimenticabili anche le passeggiate con il padre, mano nella mano, in via Etnea in attesa di gustare “il cono gelato, altro che il carrettino con la campanella”.

E poi le sue prime esperienze, sintetizzate nella frase “Non camminavo, correvo!” nella quale l’Autrice simboleggia l’esaltazione dell’età preadolescenziale e giovanile a cui attingere per trovare ristoro ai gravi lutti e sofferenze della sua giovinezza!

Conoscere l’amore adulto a cui volere attribuire la presunzione di valore universale per rendersi conto, infine, che esso ha un suo percorso esistenziale che da “focu e vamparigghi” condurrà, come precisa la stessa poetessa” alle lacerazioni, alle involuzioni proprie di una umanità che, sul finire di questo secondo millennio, va perdendo i suoi valori tradizionali e non riesce a porvi rimedio se non con soluzioni provvisorie e improvvisate”.

Nell’amore filiale, interpretato correttamente, Concetta individua la soluzione da privilegiare ma non soltanto, come vedremo in seguito!

La casa di famiglia diviene allora l’immagine di un’oasi di nostalgie per chi resta e una sorta di paradiso perduto per le nuove generazioni che se ne allontaneranno per non rinunciare alla propria realizzazione personale.

E pensare che lei è figlia del ’68! di quella generazione a cui tutto era stato promesso: sarebbe stato sufficiente studiare e impegnarsi per avere un lavoro e con esso la dignità; bastava credere nei sogni per raggiungere la felicità. Tutto invece è stato smantellato da un sistema sociale iniquo in cui la vittima più colpita è stata la Sicilia e con essa i suoi figli. Non responsabile ma vittima sacrificale di logiche economiche ingiuste per cui “i putenti fannu i priputenti/ e tu Sicilia t’accuntenti”.

Ma Concetta non ci sta a interpretare il ruolo della vittima, reagisce e si ribella a modo suo con la determinazione delle donne siciliane, perché lei è fimmina che diventa Signora e Donna “Signure pronti a conquistari a libertà/ senza suggizioni di nenti/ pronti a dari vuci a propria dignità”.Con la pacatezza che si raggiunge nell’età matura, in cui la saggezza ha preso il posto dell’impulsività, delle reazioni incontrollate che portano soltanto alla sofferenza, Concetta Mangiameli giunge infine alla considerazione che ben poco ci si può aspettare dall’Amore di un uomo, per cui:

Si voi campari filici, chistu sulu ti pozzu cunsigghiari

 intra ‘u to’ cori addeva ‘n amuri anticu:

 pa to’ terra e a natura ca ti nutrica

  pi l’umanità ca t’apparteni,

pi l’omu ca t’arrispetta e

 ti cunsola dô sururi di viviri,

 pa giustizia e a libbirtà

 ca ti fa essiri signura da to’ vita.

 

                                                      Sandra Vita Guddo

                                                                                                 Novembre 2020

C

Default image
nrwqc
Articles: 269
Shares