Fede & Poesia in Dante

a cura di

Salvatore Abbruscato

Come la musica, l’architettura, la pittura, e le altre manifestazioni artistiche , anche la poesia celebra la divinità e ciò è possibile perché dalla fede , che si alimenta nell’artista, scaturisce la divina scintilla che dà origine alla creazione dell’opera letteraria.

La storia è piena di poeti credenti, e sicuramente Dante Alighieri è stato il poeta più cristiano di tutto l’occidente e la Divina Commedia non è soltanto la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale e una delle più grandi se non la più grande opera di tutta la letteratura universale, ma è una grande opera ispirata da Dio e che celebra la Sua potenza; l’inizio del primo canto del Paradiso è una prima luce che manifesta tale verità “ La gloria di colui che tutto move/ per l’universo penetra e risplende/ in un parte più e meno altrove.” 

 Ciò significa che tutto ciò che esiste nell’universo è la manifestazione della gloria e della potenza del creatore. Dante stesso mostra consapevolezza di tale legame tra lui e Dio, quando nel canto XXV sostiene che il suo poema e’ sacro“ Se mai continga che il poena sacro/ a cui ha posta mano e cielo e terra/ si chè m’ha fatto per più anni macro/” . Dio è presente in tutta la Divina Commedia, già nel primo canto dell’Inferno Virgilio si giustifica di non potere accompagnare in Paradiso il suo protetto perché “ Quell’imperator che lassù regna/ per cui fui ribellante a la sua legge/ non vuol che a la sua città per me si vegna/ In tutte parti impera e qui regge/ quivi è la sua città e l’alto seggio/ oh felice colui cui ivi elegge.” Nel canto terzo dell’Inferno  si proclama la eternità delle cose create da Dio  “ Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne ed io etterna duro/lasciate ogne speranza voi che entrate/”.


 La Trinità viene definita ” La Divina Potestate(il Padre),  la Somma Sapienza(il Figlio), e il Primo Amore( lo Spirito Santo)”. Nel primo canto del Paradiso leggiamo “ Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/che l’Universo a Dio fa somigliante./.L’universo è governato da un ordine e questo ordine proviene da Dio ed è a lui somigliante: questa è una grande verità teologica. E quando Dante vede nel cielo delle stelle fisse una luce abbagliante Beatrice dice “ Da quel punto dipende il clielo e tutta la natura”. Gesù Cristo nel canto XXII del Paradiso così viene descritto “ Quivi è la sapienza e la possanza/ che aprì le strade tra il cielo e la terra,/onde fu si lunga disianza/.” Qui è chiaro il significato di tali versi  . Cristo apre una strada tra la terra e il cielo : con la sua incarnazione e la sua passione da’ alla umanità la liberazione dal peccato originale .
La fede ha tre caratteristiche, è un atto intellettivo,non è cieca,non è fanatismo, è libera, non viene imposta è soprannaturale perché è un dono di Dio. Dante dedica un intero canto alla fede( il XXIV del Par)e , nell’incalzante dialogo tra lui e l’apostolo Pietro, definisce il concetto di fede, il suo fondamento e conclude, richiesto espressamente dall’apostolo, con la professione di fede. Che cos’è la fede per Dante?

Rifacendosi alla lettera di San paolo agli Ebrei, esprime questo concetto “ Fede è sustanza di cose sperate /e argomento de le non parventi/”. Le cose sperate sono l’esistenza di Dio e la vita eterna e tutte le altre verità che ne derivano . La fede costituisce la loro essenza e dà ad esse esistenza ed allo stesso tempo è argomento cioè prova convincente.
Ma qual è il fondamento della fede, cioè come nasce nell’uomo? Ecco la risposta del poeta-credente “………. La larga ploia/ dello Spirito Santo, che è diffusa/ in su le vecchie e in su le nuove cuoia,/è silogismo che la m’ha conchiusa/ acutamente sì, che ‘verso d’ella/ogne dimostrazion mi pare ottusa/”. La fede quindi nasce dalla rivelazione divina che riceviamo dalla sacra scrittura, dal vecchio e nuovo testamento.
Questa verità sarà proclamata più avanti nella professione della fede che il poeta farà in forma solenne.” O santo padre, spirito che vedi/ ciò che credesti sì,che tu vincesti/ ver lo sepulcro più giovani piedi/> comincia’io < tu vuoi ch’io manifesti/ la forma qui del pronto creder mio,/e anche la cagion di lui chiedesti./ E io rispondo < Io credo in uno Dio/ solo e etterno, che tutto il ciel move,/non moto,con amore e con disio;/ e a tal credere non ho io pur prove/ fisice e metafisice, ma dalmi/ anche la verità che quinci piove/ per Moisè, per profeti e per salmi,/per l’Evangelio e per voi che scriveste/poi che l’ardente Spirto vi fè almi;/ e credo in tre persone etterne e queste/ credo una essenza sì una e sì trina,/ che soffera congiunto sono ed “ este”./
Dante sostiene che la fede non è nata in lui solo attraverso le prove fisiche e metafisiche ( le 5 prove teologiche di San Tommaso che in parte si riporta alle conclusioni filosofiche di  Aristotile) che ritiene secondarie non determinanti, ma attraverso la lettura dei libri biblici del vecchio testamento e del Nuovo Testamento,  i 4 Vangeli, gli scritti degli apostoli ( Atti, Epistole, Apocalisse).
Il poeta sostiene con forza  che solo con la fede possiamo arrivare a Dio e non con la sola ragione. Nel canto terzo del Purgatorio tale verità è così proclamata “ Matto è chi spera che nostra ragione/  possa percorrer la infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone./ State attenti umana gente al quia;/ chè,  se potuto aveste veder tutto,/mestier non era parturir Maria;/ e  disiar vedeste sanza frutto/ tai che loro disìo sarebbe quetato/ ch’etternalmente è dato loro per lutto/ io dico d’Aristotile e di Plato/ e di molt’altri>; e qui chinò la fronte,/e più non disse e rimase turbato./
Alla fine del suo viaggio ultraterreno Dante incontra Dio, lo scopo del suo viaggio, raffigurato come una luce eterna dentro la quale vede un volume che racchiude tutte le cose dell’universo
 Oh abbondante grazia ond’io presunsi/ ficcar lo viso per la luce etterna,/tanto che la veduta vi consunsi!/ Nel suo profondo vidi che s’interna,/legato con amore in un volume,/ciò che per l’universo si squaderna: sustanze ed accidenti e lor costume/ quasi conflati insieme per tal modo/che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. XXXIII 82-90
Il Poeta continuava a mirare quella luce con più ardore e più desiderio, ed è difficile, dirà più appresso, distogliere la vista da essa.
Così la mente mia tutta sospesa,/ mirava fissa, immobile e attenta,/ e sempre di mirar facevasi accesa. 97-99
All’interno dell’essenza divina Dante vide tre cerchi di tre colori diversi e della stessa dimensione; ognuno si rifletteva nell’altro così come l’arcobaleno genera il secondo arcobaleno, ed entrambi i cerchi parevano ispirati dal terzo che era fuoco, cioè puro amore. Il riflettersi dei cerchi come arcobaleni sta a significare la stretta correlazione che esiste nella trinità, delle tre persone uguali: Padre,Figlio e Spirito Santo.
Nella profonda e chiara sussistenza/ dell’alto lume, parvermi tre giri/di tre colori e d’una contenenza/ e l’uno da l’altro come iri da iri/parea reflesso, e il terzo parea foco/che quinci e quindi igualmente s’ispiri.XXXIII 115-120
Il poeta esplode in una appassionata descrizione della trinità, una sustanza sì una e sì trina.
“Oh eterna luce che risiedi in te stessa, cioè non derivi da nessun’altra realtà, e tu sola intendi te stessa e da te sei intesa”; è l’atto con cui il Padre genera il figlio e a sua volta il figlio intende il Padre; questo indica il mutuo rapporto di conoscenza e derivazione del Padre e del Figlio,uniti dallo Spirito Santo, puro amore.
Oh luce etterna che sola in te sidi,/sola t’intendi, e da te intelletta/ e intendente te ami e arridi!/ 124-126
Continua lo stupore del Poeta che nell’interno della luce divina intravide la effige dell’uomo volendo così  rappresentare il mistero dell’incarnazione di Cristo. “Il secondo cerchio, che mi apparve come il riflesso del primo, guardato alquanto dai miei occhi, mi parve di vedere dentro di esso come riflessa la nostra immagine e così il mio viso si concentrò tutto su di essa .”
Quella circulazion che sì concetta/pareva in te come lume reflessso,/ da li occhi miei alquanto circunspetta,/dentro da sé, del suo colore stesso,/ mi parve pinta della nostra effige/ perché ‘l mio viso in lei tutto era messo.127-132
Il momento è altissimo e Dante non riuscì a capire come sia possibile che l’immagine dell’uomo apparisse dentro il cerchio, plasmata dal suo stesso colore, ma non era possibile darne la spiegazione ” ma non erano da ciò le proprie penne” ; ed improvvisamente la sua mente fu percossa da una luce abbagliante “ da un fulgore”  che attrasse tutta la sua attenzione; qui finisce il ricordo di quello che vide e venne a mancare al poeta la potenza “ la possa” per descriverlo e ormai la sua volontà e il suo desiderio erano nel pieno possesso di quello “ amor che muove il sole e l’altre stelle”.
“All’alta fantasia qui mancò possa,/ma già volgeva il mio disio e il velle,/sì come rota ch’igualmente è mossa,/l’amor  che move il sole e l’altre stelle.”142-145
La Divina Commedia è attuale perché descrive il cammino che deve fare ogni uomo dalle tenebre del peccato in cui giace , versare lacrime della penitenza purificatrice e,così  purgato da ogni peccato , con la preghiera e la conoscenza della Bibbia, illuminato dalla fede,  arrivare fino a DIO , Fonte della luce,dell’amore e della dolcezza.                                 
 E per concludere, mi piace trascrivere un brano della lettera apostolica scritta da Paolo VI in onore e gloria di Dante nel 1965, settecento anni dalla sua nascita.( Papa Paolo VI,  Litterae Apostolicae Motu proprio datae “Altissimi cantus” septimo exeunte saeculo a Dantis Aligherii ortu , in Acta Apostolicae Sedis. Commentarium officiale , anno e vol. LVIII, 1966, Città del Vaticano, pp. 22-37. Titolo, titoli intermedi e traduzione redazionali.)”Il signore dell’altissimo canto”:
* “Certamente il poema di Dante Alighieri è universale: nella sua immensa larghezza abbraccia cielo e terra, eternità e tempo, i misteri di Dio e le vicende degli uomini, la dottrina sacra e le discipline profane, la scienza attinta alla divina Rivelazione e quella attinta dal lume della ragione, quanto egli aveva conosciuto per esperienza diretta e le memorie della storia, l’età in cui visse, e le antichità greche e romane; insomma, costituisce evidentemente il monumento più rappresentativo del Medioevo. E se si osserverà la sua forma e il suo contenuto, vi si vedranno certamente i frutti della sapienza degli orientali, del lógos dei greci, della civiltà dei romani, e vi si vedranno raccolte in sintesi le ricchezze del dogma della religione cristiana e dei precetti della legge, soprattutto così come furono elaborati dai dottori”.   

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