AMO IL CHIAROSCURO di SANDRA GUDDO-rec. ANNAMARIA AMITRANO

Il mondo di Sandra
di Annamaria Amitrano

Recensione alla silloge poetica “AMO IL CHIAROSCURO” Edizioni DEL RICCIO 2020

È noto a tutti come uno dei codici primari della poesia sia l’autoriflessione: parola poetica che frantuma la rigidità e la quotidianità dell’involucro, mentre libera pensieri intimi, che provengono dal profondo e chiariscono tra mente ed emozione, la ricerca della autenticità dell’essere.

Dunque, un Io, quello del poeta, che, prima conosce, poi interpreta, quindi si esprime in una adeguata sintesi di intelligenza e cuore, con commozione; cioè a dire, con un sentire che – nella definizione dell’etimo più proprio della parola: cum movere – si segna di un sentimento che si proietta verso l’Altro, in una visione aperta e ad ampio raggio.

Orbene, piace sottolineare, come, a nostro avviso, quest’ultima raccolta poetica di Sandra Guddo Amo il chiaroscuro vada letta proprio in quest’ottica; come tentativo della poetessa di dare ampiezza alla sua coscienza autoriflessiva: una trasparenza mentale ed emotiva che, di fatto, permette di definirla “voce” del suo tempo, in un tempo di crisi; attenta a percepirne il lato oscuro, ma, attenta, anche, a fare balenare, la percezione di un risveglio, sempre possibile perché insito nella speranza delle generazioni.

Quale sia questo “Mondo di Sandra”, coeso da visioni e affetti, sentimenti e pensieri, emerge un po’ dovunque nella trama dei versi che compongono i componimenti; e, così, nonostante l’intenzione della poetessa, sia, invece, quella di offrire un orientamento alla lettura, da riscontrarsi nelle parti che, opportunamente nomate, suddividono il testo. Quattro parti – si direbbe latinamente rette da una preposizione argomentativa: Delle donne; Dei giovani; Del nostro tempo; Del mio tempo; a cui deve aggiungersi una sorta di addendum: la sezione Lingua Siciliana contenente cinque componimenti volti principalmente ad esaltare la potenzialità del dialetto siciliano, nel suo valore di lingua identitaria.

Il corpo principale del lavoro, in altri termini, si propone egregiamente come piattaforma di intervento per segnalare disillusione e controversie, decadenze e degrado; disvalori del presente che se generano confusione e smarrimento non devono, però, mai significare annientamento; e così, perché la poetessa Guddo, autoriflettendosi in uno specchio senza veli, sa di essere indomita e ribelle, refrattaria all’idea di uno scenario valoriale senza appello, che, peraltro, significherebbe negazione di ogni possibile recupero.

Del resto, questa visione appare in maniera esplicita, proprio nella pagina dedicatoria della Raccolta, che Lei rivolge ai familiari, marito e figli, ma, anche a se stessa, accanita combattente; sicché scrive: <<Il tempo dell’elegia è finito. Eppure io spero ancora >>. (p.13)

Domanda chiave: in chi e in che cosa spera Sandra, nonostante tutto?

Principalmente che il suo potenziale, il suo gradiente di abilità, continuino a sostenere la forza della sua curiosità nell’analizzare la realtà che la circonda; e così, nei parametri di una vis poetica che abbina se stessa, o meglio la sua singolarità che rincorre se stessa, al mutare del divenire; sicché, sia il suo processo di maturazione, che la sua crescita professionale, le permettono comunque di credere in una possibilità di futuro probabile.

La priorità della sequenza passato-presente-futuro la obbliga, ovviamente, a partire da un effetto retrò. La poetica muove da ciò che è stato; dal tempo trascorso, finanche dal rimpianto di non essere stata abbastanza audace, nel tempo dell’audacia; e dall’aver scelto, a governo della propria esistenza, la quiete sicura anziché la tempesta carica di adrenalina (Mare Grosso p.15). Ma va detto che il tentennamento dura poco, vinto, in immediato, dalla consapevolezza di aver scelto la via giusta. Un giusto amore e un consapevole affido, che la poetessa rivendica come difesa contro la attuale egoistica mutazione della relazione di genere (Egoismo p. 21); relazione che, compressa da una sessualità oppressiva, e possessiva crea pene e affanno (Senza di te p.22); anche se la donna – ne è sicura – troverà la via per uscirne. Ricerca di libertà ed autonomia, contro la violenza e contro l’abuso, che ovviamente la coinvolge in prima persona. Così scrive: <<La favola è finita! // il genio della lampada // stavolta non esaurirà la tua sete // io, da sola, a testa alta // e senza rete // affronterò la mia vita >> (Tappeto Volante p.23).

I giovani sembra abbiano disperso ogni capacità di amare: soli nella solitudine più nera, <<Ti guardo ma non mi vedi // Ti parlo ma non mi ascolti… >> (p.29) restano sordi ad ogni richiamo di bellezza, trascendenza, conoscenza. In contrasto con la famiglia, la società, il loro stesso essere, le nuove generazioni preferiscono rifugiarsi nella realtà virtuale considerata <<più accettabile di quella reale >>. (Virtuale p.33).

Ma se è così – ricorda l’Autrice – deve chiamarsi in causa, in concorso di colpa, la nostra generazione forsennata che non solo non ha lasciato loro <<nessun spiraglio di esistenza >>; ma che oggi si ostina ad un giudizio di negatività sommaria. (Babele p.36) Eppure i giovani, nonostante tutto – ricorda la poetessa – troveranno la forza di governare inquietudine e rabbia. Esemplare in tal senso è la poesia Sorbetto al limone: <<…volevo morire stamattina… // sento adesso la voglia di un sorbetto al limone…>> (p.39).

Dessert antico, fresco, solare, metaforicamente chiamato da Sandra Guddo ad essere segno di rinascita: benefico antidoto contro il perpetuarsi della odierna barbarie, che non riesce a fermarsi, neanche, al cospetto dell’infanzia.

Il fatto è che il mondo contemporaneo è chiuso e ostile, inutilmente votato alla ricerca di una sicurezza, senza solidarietà e di una salvezza, senza riscatto.

Se la morte impera e alberga nel cuore degli uomini, con migranti disperati che affogano nel Mediterraneo, territori che muoiono di cancro, e bambini violati; tra guerre, terrorismo e stragi, l’unica possibilità di trovarsi, oltre lo smarrimento, è ritornare, cristianamente, al senso comunitario della vita. Una sorta di tempo del rinnovamento che la poetessa, nella coerenza del suo stile colloquiale e discorsivo, indica come atto di rifondazione valoriale che deve investire a tutto tondo, sia la persona che la società. (Smarrimento p.51).

Non a caso, nell’ultima parte della sua Silloge, Sandra Guddo indugia proprio sul senso della sua vita e su quel tempo che dice essere stato il suo (mio) tempo; che la autoriflessione ha reso significativamente presente. Un narrare di sé e del proprio vissuto, in una trama di componimenti che parlano della sua esperienza: dalla meravigliosa continuità familiare con figli e nipoti, alla felicità di un amore appagato; al bisogno di continuare a sognare e credere in un mondo diverso dove ancora è possibile perdersi in Atmosfere Cosmiche: <<…accanto a me, misteriosa dormiente // assaporo l’eco dell’eternità // …>> (p.60) E così, in attesa di quel tramonto inevitabile che consegue ad una pacata senilità dove la fede aiuterà a placare ogni tremore permettendo ancora sorriso ed ironia (Autoritratto p.67). In fine, quindi, un positivo richiamo al recupero di quel tempo dell’Elegia che non deve disperdersi se non si vuole davvero perdere ogni speranza di futuro