BARATRO, FANTASIA E … di CALOGERO CANGELOSI a cura di SANDRA V. GUDDO

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 BARATRO, FANTASIA E … di CALOGERO CANGELOSI

a cura di SANDRA V. GUDDO

Calogero Cangelosi ama definirsi “poeta randagio” affermazione che potrebbe suscitare stupore e fraintendimenti ma, dopo aver letto la sua “narrazione poetica”, concordo con tale definizione. Egli infatti è uno spirito libero, un poeta randagio nel senso che non ha padroni e non ha dimora fissa; non ama restare troppo a lungo chiuso nel suo studio ma preferisce andare in giro, per le piazze e tra la gente a praticare la Poesia. Perché la poesia non scrive “sulla vita” ma è vita essa stessa e perciò appartiene alla gente.

Come direbbe lo studioso modicano Domenico Pisana a proposito del senso e il valore della poesia oggi” Non basta “un’emozione, un sentimento, un foglio, una penna per buttare giù parole che vengono poi chiamate poesia ( … ) Serve una poesia che sappia fare incontrare interiorità e realtà, che sia in grado di dire parole non “ sulla vita, ma di “ vita”; che sappia interrogare la vita, provocare domande, seminare dubbi e inquietudini”. *

A questo punto è necessaria un’ulteriore riflessione sul senso del poetare. La risposta da parte del nostro Calogero Cangelosi, autore della presente silloge BARATRO, FANTASIA E … Dieci stanche poesie (quasi come un racconto)] appare chiara ed inequivocabile. La Poesia è ciò che rende liberi, che ha valore terapeutico e può condurre alla salvezza dell’animo e del corpo. Al nostro poeta non importa seguire le mode del momento, dare vita ad una visione poetica retorica ed enfatica, ripetitiva, intimista e facilmente comprensibile.

La poesia è ricerca che viene condotta in modo spontaneo, più o meno consapevolmente.  Ed è ciò che ci è sembrato di rintracciare nelle poesie del Cangelosi. Ad esempio, la poesia “L’INVERNO e LA LUCE (la donna ricorda sempre) si chiude con la domanda:” Può valere una vita di inganni e menzogne?”. Nella poesia “IL FIORE ci sono addirittura due interrogativi che ci invitano a ri-pensare alla vita e quale sia la condotta migliore da tenere di fronte alle sofferenze e alle delusioni.E come se non bastasse la lirica che chiude l’opera di Calogero Cangelosi reca nello stesso titolo il punto di domanda “FINALE?”

Perché insiste con il punto interrogativo; forse perché nessun finale è scontato, nessun finale è definitivo! O più semplicemente non esiste un finale. Forse la vita prosegue altrove in altre dimensioni e sotto altre forme Ma questa è soltanto una mia illazione/ deduzione.

La donna che ha sposato/una vita nell’arco di mezza giornata/ s’addormenta sulla dura panchina/ e regala al tempo e alla storia/ il sorriso che nessuno le ha dato/Mai.

La poesia in questione solleva la riflessione sul valore che dobbiamo attribuire alla vita. La donna ormai anziana, seduta sulla panchina dura, come lo è stata la sua vita, si chiede quale sia il giusto finale del suo percorso e, senza rimandare il problema alla visione salvifica ed escatologica dell’aldilà, ritiene che essa vada affrontata senza rancore anzi regalando un sorriso anche se non ne ha mai ricevuto. Una lezione di umanità dunque che guarda alla propria interiorità e a quel che di buono ancora mantiene, nonostante tutto il male ricevuto. Nonostante la guerra che “allontana amori e speranze/ e distrugge la valvola dei sogni”.

Così prendono vita DIECI STANCHE POESIE (tra sogno e realtà quasi come un racconto) in cui la “La vecchia sussurra al vento/ (…) parla alle cicale mentre i suoi occhi” guardano lontano a ritorni impossibili”.

 Credo che la poesia e tutta la narrazione poetica di Calogero Cangelosi abbia centrato questo aspetto. La maggior parte delle sue poesie, non a caso, si chiude con un punto di domanda, si interroga eci interroga sul senso della vitae quale sia il valore del poetare in questa società smarrita e alienata.

Ancora una volta Domenico Pisana ci suggerisce la risposta: (…)  “Poetare è aiutare a ricomprendere cosa significa, oggi, essere “persona umana”. La voce del poeta (…) deve aprire varchi di riflessione, spazi di indagine dentro i quali il poeta possa indicare all’uomo contemporaneo, con un’immagine, un simbolo, un verso, una metafora che c’è qualcosa, che c’è- montalianamente parlando- un “oltre”, un “varco”, un “più in là” verso cui bisogna cercare”*

E il nostro poeta potrebbe avere trovato questo varco “TRA POLVERE E CIELO” perché noi stessi, poveri mortali, siamo fatti di polvere e di cielo, di dimensione umana e spirituale allo stesso tempo. Niente altro conta veramente! E il nostro poeta narratore lo conferma ancora una volta nella poesia “IL NOME”

Che importanza hanno i nomi? Sono soltanto Flatus vocis che spesso non hanno alcun fondamento e anzi ci appaiono privi di consistenza e significato. Quello che conta, che conta veramente è l’Amore. Ogni cosa diventa insopportabile, tutto risulta più faticoso o come scrive il poeta: “duro il lavoro della terra/ senza il calore del cuore:/La vita senza amore.

E certamente il senso di tutti i racconti, otto per la precisione, e delle dieci poesie non può essere equivocato ma conduce a ristabilire nella giusta dimensione le domande e le riflessioni che l’opera suscita nel lettore. Ad aiutarci in tale percorso di comprensione delle liriche del nostro Autore ci sono le belle immagini di Cinzia Romano La Duca, cosicché possiamo affermare, senza fare torto ad alcuno, che i veri protagonisti di questa silloge sono sì le poesie e i racconti ma anche i dipinti di Cinzia Romano. Semplici bozzetti caratterizzati dall’esplosione di colori, di paesaggi armoniosi, di campagne assolate e di marine tremolanti. Là, davanti al sorgere del sole o al suo tramonto, sarà più facile ritrovare sé stessi e leggersi dentro fino in fondo, fino a toccare il proprio fondamento ontologico ed il senso della nostra esistenza, forse perfino a ricordarci che tutti abbiamo un cuore dove, dalla notte dei tempi, si crede abbiano sede i migliori sentimenti.

A questo punto della nostra analisi, le stanche poesie, come le chiama l’Autore, a me non sembrano poi così stanche. Anzi: alcune di loro recano una premessa che a me piace chiamare, in senso estensivo, preludio perché, come conferma l’etimologia stessa della parola, il preludio mi fa venire in mente il gioco (ludus) e tutte quelle attività che lo precedono o lo seguono. Un gioco a volte beffardo e crudele, a volte sognante e carezzevole ma sempre un gioco: a volte tragico e altre sereno perché questa è la natura dell’uomo che si districa tra cielo e polvere, tra trascendente e immanente, tra universale e particolare, tra “Il mare e la bottiglia”. Un gioco a volte fittizio altre più consistente che alterna alle illusioni le delusioni per poi arrivare alla collusione cioè a quel momento di pacificazione che ci consente di non serbare nei nostri cuori il rancore verso alcuno, anche verso chi ci ha delusi.

Gli stessi temi li ritroviamo negli otto gradevoli racconti che aprono l’opera. Si tratta di narrazioni poetiche, come mi piace definirle, scritte con garbo e con rara sensibilità. Anche in questo caso, i racconti sono preceduti da un preludio: “Non correre mai più forte del vento se non sei il vento”. Una sorta di avvertimento, una guida per l’uso della vita che ci suggerisce di abbandonare comportamenti ispirati al delirio di onnipotenza e a misurare le proprie forze e capacità senza sfidare la natura ma anzi nel rispetto più profondo di essa e della vita in generale.

I racconti rivelano la notevole e delicata capacità descrittiva di Calogero Cangelosi quando si sofferma a descrivere paesaggi bucolici e scene di vita campestre, in cui spesso utilizza un linguaggio arcaico e suggestivo, intercalando termini della nostra lingua, che ci riportano alle nostre origini e alla nostra madre terra.

                                                                                                  SANDRA V. GUDDO

                                                                                                      Ottobre 2019