LA QUALORA FA BENE … MA NON ASSAI! di SANDRA GUDDO

RACCONTO TRATTO DA

“CICIRI RACCONTI DI TERRA DI SICILIA”

ED. DEL RICCIO 2018

di SANDRA V. GUDDO

L’intermediario culturale entrò nella stanza dove il professore Antonino Sutera lo attendeva. L’ambiente era freddo e anonimo reso ancora più spiacevole dalla luce metallica che entrava dalle ampie vetrate del grattacielo costruito con le più avanzate tecnologie dell’architettura del nuovo Millennio.  L’impiegato, un giovanotto sulla trentina, nel suo elegante abito grigio, sapeva che il suo non sarebbe stato un compito semplice.  Raggiungere un’intesa in merito alla richiesta avanzata dal vecchio professore, uno dei più insigni e famosi climatologi esistenti, che avrebbe dovuto relazionare sul “Global Warming”, appariva infatti una delle prove più ardue che avesse mai incontrato durante il suo percorso professionale.

 Lo scienziato infatti, a poche ore dall’inizio del convegno, aveva posto delle precise condizioni che, se non fossero state accettate, lo avrebbero indotto ad abbandonare il seminario, programmato da tempo ed atteso con trepidazione da più parti nel mondo. Gli organizzatori sapevano bene che, in assenza di Antonino Sutera, il convegno sarebbe stato un fallimento. Egli, creativo e geniale com’era, godeva dell’ammirazione del mondo scientifico perché esprimeva sempre con chiarezza e determinazione le sue idee, incurante delle reazioni dei potenti di turno che, in più di una circostanza, avevano tentato di ammorbidirlo se non addirittura di zittirlo!

 E proprio per questo aspetto della sua personalità piaceva tanto ai giovani che contavano sul prestigio personale di cui godeva affinché in tutti i paesi industrializzati fosse seriamente avviata una politica di salvaguardia dell’ambiente, gravemente danneggiato proprio dall’insensata ingordigia dell’uomo sapiens sapiens.

Il giovane operatore, non senza una punta di timore, si rischiarò la voce con un leggero colpo di tosse, per annunciare la sua presenza nella stanza. Ricordava la veemenza con cui il climatologo aveva perorato la sua causa, incurante dei protocolli internazionali che lo obbligavano a seguire un iter prestabilito.

Lo trovò sprofondato sulla comoda poltrona di velluto, intento a guardare il panorama che si distendeva a perdita d’occhio da quella finestra del diciottesimo piano del Bell Center di Copenaghen. La visuale non era delle migliori a causa della fitta nebbia che aveva disteso un velo opaco sulla città conferendo alla stessa un aspetto spettrale, molto lontano dai panorami luminosi e solari cui egli era abituato. Lo scienziato sapeva bene che parte della responsabilità era da attribuire all’inquinamento atmosferico e alle emissioni dei gas serra che avevano avuto effetti catastrofici per l’intero pianeta.

 Sempre che il professore stesse realmente guardando là fuori!

Era infatti molto più probabile che se ne rimanesse immobile, con lo sguardo perduto, a ricercare nei meandri della sua memoria immagini che soltanto lui poteva vedere con gli occhi della mente. I capelli bianchi, ancora folti, divisi in due parti da un’accennata riga centrale, gli ricadevano in ciocche scomposte sugli zigomi alti, graffiati da profonde rughe sulle quali però scintillavano occhi acuti e penetranti di chi, come lui, è abituato a scrutare il mondo con lo sguardo disincantato di chi teme il peggio per la sopravvivenza del genere umano.

Lo scienziato, sentendosi osservato, volse la testa fissando dritto in faccia in modo interrogativo l’incauto operatore, addetto alle relazioni del Convegno sul clima, che, entrando nella stanza, aveva interrotto il fluire dei suoi pensieri.

Da quanto tempo mancava dalla sua terra, inondata di sole e dei profumi di zagara e di gelsomino? Da quanto non ammirava il colore del mare che in certi tramonti sembrava accogliere avido la luce splendente del sole che si dispiegava sulle sue acque come un’amante vogliosa?

 Da troppo tempo ormai non ascoltava l’antica e solenne melodia che aveva accompagnato gli anni della sua adolescenza e che ora, nella senilità, avrebbe voluto incontrare per intrattenersi di nuovo con lei in confidenza. L’amore per la sua lingua nativa premeva dentro il suo petto come un’amante trascurata ma mai dimenticata che adesso chiedeva giustizia per essere stata obliata, oscurata, tradita!

Lui siciliano di nascita, cresciuto in un quartiere popolare di Palermo, aveva dovuto rinnegare la sua lingua e imparare l’italiano e poi l’inglese e ancora il danese! Gli era stato insegnato che non si possono ignorare le lingue con cui ormai si è costretti a parlare alle conferenze e a scrivere sui siti scientifici, pena l’esclusione dalle relazioni internazionali. Nella peggiore delle ipotesi, alla conferenza di Copenaghen sul riscaldamento globale, avrebbe potuto esprimersi in lingua italiana che sarebbe stata simultaneamente tradotta in inglese. Ebbene, egli non voleva più accettare le regole di questo gioco al quale era stato indottrinato, per la prima volta, dalla sua professoressa di lettere alla scuola media.

 Eppure non nutriva alcun risentimento nei confronti di quella donna esile e gentile; anzi la ricordava con tenerezza e con gratitudine per tutto il bene che da lei aveva ricevuto da ragazzo. In fondo era stata lei che lo aveva salvato dalla strada, che lo aveva avviato agli studi. Aveva dato un valore alla sua vita che oscillava pericolosamente sulla sottile linea che separa la legalità dalle attività malavitose alle quali, per le sue origini modestissime, sembrava costretto da un destino infame, scolpito per lui ancor prima che venisse al mondo.

Antonino Sutera, in una frazione di secondo, prima che il giovanotto che adesso gli stava davanti aprisse bocca, rivisse un episodio di tanti anni prima che gli aveva cambiato la vita. Si rivide, come in una vecchia bobina di una pellicola che si srotola all’incontrario, com’era da ragazzino e riprovò le emozioni di certi giorni vissuti intensamente per i vicoli polverosi della sua città, tra case fatiscenti e antichi palazzi in rovina, libero di correre scalzo e di giocare, con un pallone quasi sgonfio, una partita di calcio con gli altri bambini del quartiere. Rivisse le ore passate tra i banchi di scuola ad imparare l’italiano, mettendo definitivamente da parte il dialetto che lo avrebbe ostacolato nel suo percorso culturale.

Di questo era fermamente convinta Valentina Mendola, la sua insegnante di lettere!

Gli tornò alla mente il giorno in cui ella aveva assegnato un compito per casa riguardante le congiunzioni avversative e quanto si fosse impegnata per renderle comprensibili a tutti i suoi alunni che di certo non eccellevano in tal senso, poiché loro si esprimevano sia a casa che a scuola prevalentemente in siciliano. L’episodio in questione riguardava la congiunzione avversativa “qualora”.

La lezione era cominciata con l’intervento di Marinella, una sua compagna di classe per la quale Antonino nutriva un sentimento amoroso che allora non riusciva a decodificare: non capiva bene perché tutte le volte che la vedeva spuntare, come circondata da un’aureola dorata, avvertiva un piccolo tonfo al cuore che poi cominciava a battere dentro il suo petto tumultuosamente!

Lo capì in seguito, quando domandò a suo nonno spiegazioni sull’Amore ed egli rispose nel più semplice e disincantato dei modi. Gli recitò una poesia siciliana nella quale una fanciulla chiedeva alla madre che cosa fosse l’amore e la madre, prima di risponderle, aveva sentito il bisogno di sapere che cosa provasse la fanciulla quando incontrava il ragazzo che la corteggiava e quale reazione avesse avuto il suo cuore in quell’istante:

“E lu kori? – Mi batti forti forti forti! …

Kissu è l’Amuri, figgha xalarata!”

(… e il cuore? – Mi batte forte, forte, forte!
Questo è l’Amore, figlia scellerata!).

Antonino riconobbe immediatamente in quei versi il sentimento che provava per quella ragazzina dagli occhi liquidi, pieni di innocenza.

Quella mattina, Marinella, compiaciuta di aver fatto a casa i compiti assegnati, lesse dal quaderno la sua frase “Pioveva a dirotto ma Rosalia uscì da casa senza ombrello”.

Le sembrava di avere usato correttamente la congiunzione “ma”; per questo rimase sorpresa e sconcertata dalla reazione dei compagni che invece cominciarono a beffeggiarla.

Le risate scomposte dei compagni che la professoressa cercava in tutti i modi di zittire ed i loro commenti non propriamente sussurrati “… *allura eni propriu ximunita, si chovi e nexi senza parakua” (allora è proprio scema se, mentre piove, lei esce senza ombrello).

la ferirono profondamente al punto che i suoi occhi liquidi si riempirono di lacrime a stento trattenute.

Antonino sentì il bisogno di proteggerla da quelle schermaglie offrendo sé stesso in pasto agli irriverenti compagni e si affrettò a leggere la sua frase sulla congiunzione “qualora”.

Non l’avesse mai fatto! Egli in realtà non aveva capito molto di quella parola e l’aveva equivocata con l’assimilabile parola siciliana “Kalura” che poco si discosta da quella italiana “Calore”.

 “La qualora fa bene” sentenziò, provocando una sonora risata dei compagni che stavano trasformando la lezione in un vero avanspettacolo di cabaret con tanto di gag comiche.

Valentina Mendola, insegnante in cattedra, intervenne stavolta ancora più decisamente nel tentativo di spiegare ad Antonino il suo clamoroso errore. La sua voce gentile divenne stridula e perentoria, le sue parole simili a lame taglienti raggiunsero il petto del ragazzino proprio al centro del cuore!

 Antonino non dimenticò mai quell’episodio per cui si sentiva etichettato come uno che non è né carne né pesce, ma una bestiolina amorfa in cerca di identità che, non conoscendo bene la lingua nazionale insieme ad una gran parte dei suoi vocaboli tra cui “Qualora”, l’aveva scambiata, a causa dell’assonanza fonetica, con quell’altra a lui più familiare!

 Comprese che un essere vivente senza una lingua con cui esprimersi non vale nulla, non conta ed è destinato ad essere deriso o peggio a restare invisibile agli occhi di tutti. In quell’istante, decise che si sarebbe espresso sempre in italiano, il più forbito, il più variegato, il più ricco, il più corretto possibile tanto da suscitare stupore in chiunque lo ascoltasse. Avrebbe abbandonato la lingua siciliana e con essa i suoi amici di infanzia con cui aveva trascorso intere giornate a correre libero per strada, inventando con loro giochi esaltanti.

Ciò lo obbligava a ricercare nuove amicizie e persone con cui poter dialogare in italiano e da cui avrebbe potuto imparare un nuovo stile di comportamenti, lontano dalla vita di strada con le sue tentazioni e deviazioni. Si sarebbe impegnato nei suoi nuovi progetti anche se ciò, ne era consapevole, gli avrebbe provocato fatica e sofferenza e si sarebbe messo a studiare come un forsennato.

Non sapeva ancora chiaramente quale percorso formativo avrebbe potuto intraprendere ma era perfettamente consapevole che avrebbe incontrato moltissimi ostacoli; non avrebbe mai potuto immaginare che ad opporsi alle sue scelte sarebbe stata proprio sua madre!

La donna era infatti convinta che andare a scuola costituisse una vera e propria perdita di tempo. Antonino avrebbe potuto impiegare meglio le sue giornate rendendosi utile alla famiglia; procurarsi del denaro con qualche furtarello poteva costituire una via d’uscita dalla miseria nella quale erano costretti a vivere!

Più volte Carmela Moncada aveva portato il figlio nei mercatini rionali più affollati o sopra gli autobus per addestrarlo a diventare un abile borseggiatore, ma il bambino si rifiutava e cominciava a strillare pretestuosamente attirando l’attenzione di tutti. Dopo diversi tentativi, la madre dovette desistere dai suoi propositi anche perché Antonino l’aveva minacciata di raccontare ogni cosa al padre o al nonno che la pensavano in modo diametralmente opposto al suo.

Con il nonno egli aveva un rapporto particolare, intessuto d’affetto e di complicità che si rinsaldava con il passar del tempo, creando tra i due un’intesa che non aveva bisogno di molte parole; tra loro, a volte, bastava uno sguardo per comunicare ed inviarsi messaggi di mutuo soccorso. Il che capitava prevalentemente quando la madre cominciava ad inveire contro il povero vecchio apostrofandolo con epiteti offensivi o lagnandosi per la scomoda presenza in casa sua: “Un’altra bocca da sfamare tu sei, un vecchio inutile, manciafranku a tradimentu!” (che mangia a sbafo, a tradimento). 

Il vecchio faceva finta di non sentire mentre scambiava un sorriso di complicità con il nipote che tentava di zittire la madre rimproverandola per la sua insensibilità e gettandole in faccia la scomoda verità che, senza la pensione del nonno, non avrebbero avuto di che campare.

Spesso i ruoli si capovolgevano; allora era il nonno che interveniva in difesa del nipote quando la madre lo inseguiva per la casa con un cucchiaio di legno in mano come fosse un prolungamento del suo braccio e simbolo di un potere sul figlio che, in tutta sincerità, non aveva. Antonino infatti non aveva alcun timore di lei, sapeva che le sue minacce di rompergli le ossa o di spaccargli quella sua testa dura come le corna, erano soltanto parole gridate al vento a cui non sarebbe seguita la realizzazione di quanto millantato.

Antonino, a sua volta, accettando il ruolo di figlio spaventato, recitava la sua parte, cominciava a girare attorno al tavolo per non farsi acchiappare, gridando: “no, mamà, nun lu fazzu chu!” (no, mamma, non lo faccio più).

Ma entrambi sapevano perfettamente che le cose non sarebbero cambiate e che il ragazzino avrebbe continuato ad occupare la maggior parte del suo tempo immerso nella lettura o a fantasticare sul suo futuro e su ciò che sarebbe diventato da adulto: uno scienziato conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi; ecco che cosa sarebbe diventato! Ne era certo.

Donna Carmela era di tutt’altro parere. Era davvero molto preoccupata per il figlio che sognava un futuro impossibile per povera gente come loro, si era convinta che suo figlio farneticasse come in preda ad una febbre sconosciuta e che i suoi sogni si sarebbero infranti contro il muro della miseria nella quale versavano. Con quali mezzi avrebbero potuto mantenere il figlio agli studi, con quali soldi comprare i libri e pagare le tasse scolastiche? Si dannava per questo, non sapeva più cosa fare per convincerlo a cambiare idea, ad arrendersi di fronte alla dura verità. Erano poveri e per sopravvivere era diventato necessario andare a rubare!

Carmela, fin da piccola, aveva visto che i più prepotenti del quartiere si erano arricchiti a danno degli altri, senza troppi scrupoli. In fondo che male ci poteva essere a togliere qualcosa a chi è più ricco e fortunato di te? Nella sua logica angusta e meschina, le sembrava normale comportarsi in un certo modo e si torturava nel constatare che quella sua semplice verità non fosse evidente anche per il figlio che invece mostrava di non condividerla affatto respingendola con tutte le sue energie.

La donna aveva preso come modello di riferimento, per suo figlio, don Calogero che con il suo comportamento malavitoso sfidava con tracotanza la legge perpetrando delitti di ogni genere.

Figlio della comare Nunzia, era cresciuto senza padre e senza regole, sempre a bighellonare per strada come un cane randagio. Carmela lo ammirava per la spavalderia con cui compiva crimini anche efferati, purché gli procurassero solidi guadagni. Egli aveva cominciato la sua “onesta” attività di ladruncolo di strada da bambino ed ora era diventato potente. Ostentava la sua ricchezza, andando in giro, tronfio come un tacchino con i suoi abiti di lusso, su un macchinone che entrava per miracolo negli stretti vicoli del quartiere, tanto che, al suo passaggio, tutti dovevano scansarsi per fare abbastanza spazio e lasciare che egli proseguisse senza intralci. Sapevano che non era prudente ostacolare il suo passaggio perché, se Don Calogero avesse perso la pazienza, sarebbe stato facile ritrovarsi in guai seri. Senza la sua protezione, la vita nel quartiere, poteva diventare impossibile ed infine non restava altro da fare che andarsene prima di ritrovarsi con le ossa rotte o peggio con un metro di terra umida sopra la faccia.

 Carmela che da ragazzina aveva ignorato le sue attenzioni ora si pentiva di averlo respinto. Ricordava con amarezza quando andava a prendere l’acqua nella vicina fontana pubblica e Calogero si offriva di aiutarla a portare le brocche, sperando di avere come ricompensa una carezza o magari un bacio. Ma Carmela allora lo ignorava, lo considerava uno sfaticato perdigiorno; per di più il suo cuore allora batteva per Tanino, un ragazzino timido, grande lavoratore che si alzava ogni giorno all’alba per intrecciare le teste d’aglio da vendere per le vie della città. Guadagnava abbastanza per vivere decorosamente per cui ella ritenne che non le sarebbe mancato nulla con lui. Ma le cose non erano andate proprio così: la donna aveva imparato, a spese sue, che il più delle volte alle illusioni seguivano impietose le disillusioni e che, per quanto ci si adoperi per restare onesti, ciò non è sufficiente a riempire la pancia sua e quella delle persone che amava.

E lei amava Antonino più di ogni cosa al mondo ma doveva ammettere la sua sconfitta.

Spesso infatti il bambino andava a scuola con abiti sdruciti, senza neanche aver fatto colazione e senza merendina da consumare in classe, restando così a bocca asciutta mentre gli altri compagni mangiavano lo sfincionello caldo caldo, le arancine o il panino con le panelle che don Totò vendeva davanti la scuola sul suo traballante camioncino a tre ruote, tutto colorato e agghindato come un vecchio carretto siciliano. Antonino ci si fermava spesso davanti, estasiato dal profumo del cibo di strada e dalle figure rappresentanti i paladini, Orlando e Rinaldo, in lotta per la conquista della Terra Santa o in competizione per la bella Angelica.  Allora capitava che la sua mente galoppasse a briglia sciolta sui crinali erbosi della fantasia facendogli dimenticare i morsi della fame che bussava imperiosa al suo stomaco!

Carmela ormai da tempo covava un malcelato rancore verso il marito Tanino: un fallito, un buono a nulla che non portava a casa sufficiente denaro per sfamare l’intera famiglia.

Tanino si vergognava di non essere capace di provvedere, a volte, alle esigenze più elementari della famiglia, privando il figlio non soltanto del cibo ma anche delle scarpe e dei vestiti sempre più scomodi e stretti. L’occorrente per mandarlo a scuola diventava, in tal modo, una questione del tutto irrilevante soprattutto agli occhi della madre. Tanino con il suo lavoro ormai non riusciva a guadagnare abbastanza; il suo antico mestiere, come molti altri, nella società della globalizzazione era stato spazzato via. Il mondo dove era cresciuto era stato sconvolto troppo in fretta da nuovi equilibri che non riusciva a comprendere. Si rendeva tuttavia conto che non era possibile opporsi al progresso, che avanzando lungo il suo cammino, aveva travolto tanta povera gente: venditori ambulanti come lui, piccoli negozi e bottegucce che esistevano da intere generazioni, antiche e storiche librerie, osterie e trattorie, cancellate per sempre per dare spazio ai grandi centri commerciali, gestiti da misteriose organizzazioni finanziarie e da multinazionali di cui non si conosceva neanche la sede. 

La gente comune preferiva frequentare i grandi supermercati dove si trovava di tutto, a prezzi spesso scontati e con prodotti in promozione. Anche Tanino aveva subito le nefaste conseguenze di tale fenomeno, a lui non restava che prenderne atto e cercare una via d’uscita, una soluzione ma, per quanto si spremesse le meningi, non riusciva ad intravedere alcuna possibile soluzione. L’uomo aveva imparato dal padre l’antico mestiere di intrecciatore di teste di aglio che poi venivano vendute per i vicoli della città, nei mercatini rionali o nei grandi ed affollati mercati della Vucciria, di Ballarò o del Capo. Soprattutto in prossimità della festa di Santa Rosalia era consuetudine consumare le lumachine, più note con il termine di “babbaluci(lumachine), condite con abbondante aglio e prezzemolo, che venivano vendute già cotte in ampi calderoni di rame o di alluminio.

Allora sì, come ricordava l’anziano padre “u zzu’ Ninu“, che si facevano buoni affari! L’aglio si vendeva a trecce intere in ogni stagione dell’anno e veniva utilizzato per condire molte pietanze: dal pesce, con succose fettine di limone, alle carni speziate e odorose, alle verdure per renderle più saporite e profumate.

Spesso il vecchio, con orgoglio, raccontava ad Antonino i tempi andati in cui si faceva uso dell’aglio anche per scopi medicamentosi: a “cicaredda(la tazzina), per esempio, aiutava a liberare le budella aggrovigliate dello stomaco di un malcapitato che aveva preso un grosso spavento. Le budella allora si rilassavano e si distendevano come la biancheria appena lavata, messa attorcigliata nella bagnarola e infine distesa ad asciugare sui fili. L’aglio, debitamente spalmato dentro la tazzina, veniva usato anche per indurre il verme solitario che si era insinuato nelle viscere di un bambino ad abbandonare il suo comodo alloggio per il quale non aveva pagato neanche l’affitto.

Il nonno, poi, a casa, era il custode dell’antica e nobile lingua siciliana; era il nonno che soddisfaceva ogni curiosità ed ogni richiesta di spiegazioni da parte di Antonino.
Il vecchio, seppur fosse quasi analfabeta, aveva una cultura di spessore, accumulata negli anni e riposta nella sua robusta memoria che ricordava fatti ed aneddoti che risalivano alla notte dei tempi, quando il sapere si trasmetteva attorno ad un fuoco nelle fredde e lunghe notti d’inverno.
Allora egli cominciava a sciorinare, pieno di orgoglio, proverbi e motti oppure si affidava ai versi di poeti siciliani come Antonio Veneziano, Giovanni Meli e Nino Martoglio.

Di quest’ultimo era stato un fervente ammiratore: lo aveva conosciuto personalmente ad una rappresentazione teatrale e aveva avuto modo di stringergli la mano e di complimentarsi, con timidezza e pudore, per le sue opere teatrali e per le sue poesie.

Fu così che quando Antonino, dopo avere visto la coloratissima Ape di don Totò, gli chiese chi fossero quei paladini e quella bella dama di nome Angelica, il nonno fu felice di raccontargli tutta la loro storia chiudendo con un commento efficace più di un qualsiasi trattato filosofico, tratto proprio da un’opera di Martoglio:

“Viditi quantu po’ ‘n pilu di fimmina !”

“Dui palatini, ca su’ du‘  pileri,”

“per causanza di la bella Angelica “

“su’ addivintati du’ nemici feri”.
(Guardate un po’, che potere ha un pelo di una donna.
Due paladini, che sono due pilastri,
per causa della bella Angelica
sono diventati due feroci nemici!).

Antonino aveva imparato da suo nonno, più che da altri, le espressioni idiomatiche più salienti e peculiari del siciliano subendo per intero il fascino del suono melodioso di alcune parole intraducibili con nessun’altra espressione!

Vocaboli che mescolavano il parlato locale con i suoni delle lingue dei conquistatori, rendendo la lingua siciliana ricca e inconfondibile.


Così la parola “qualora” (occasionalmente equivocata con kalura) era entrata con prepotenza nella vita dello scienziato, cambiandone per sempre il corso.

Sembrava che la sorte si fosse preso gioco di lui, destinandolo alla professione di climatologo occupato a studiare e a contrastare il fenomeno del surriscaldamento globale. Sorrise l’anziano professore a quel ricordo infantile pensando che “La qualora fa bene … ma non assai!”


Al Bella Center di Copenaghen, il suo atteso intervento era centrato, con dati alla mano, proprio su questo aspetto ma adesso Antonino Sutera voleva esprimersi al congresso soltanto se gli fosse stato consentito di parlare in siciliano, la sua vera lingua, pur accettando con fierezza di essere italiano! Era stata subito considerata una richiesta inaccettabile, una stranezza, una stravaganza di una mente senile anche se geniale.

L’operatore si affrettò a comunicare che la richiesta del Professore era stata respinta.

“Con quale motivazione?” tuonò la voce roca ma possente del vecchio scienziato.

Il giovane ammise di non saperlo perché ciò non gli era stato comunicato.

Questo rifiuto, allora, non ha alcun valore ed io non lo rispetterò!”.

Un prepotente scatto d’orgoglio per la sua lingua tradita lo spingeva a non cedere di un millimetro sulla sua richiesta, per quanto assurda potesse apparire. Aveva chiaramente impressi nella mente i versi di una celebre poesia che   cominciò a recitare commosso davanti all’incredulo ascoltatore:

“Un populu diventa poviru e servu quannu ci arrubbanu a lingua addutata  di patri: è  persu  pi  sempri .

(Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua adottata dai padri: è perduto per sempre. — Ignazio Buttitta)

Aveva tradito la sua lingua per troppo tempo ed ora era arrivato il momento del riscatto.

L’operatore abbassò lo sguardo di fronte a quel vecchio canuto di cui era un fervente ammiratore: subì il fascino di quelle parole arcane, anche se non era ben sicuro di averle comprese fino in fondo. Decise che sarebbe stato dalla sua parte e avrebbe appoggiato la sua richiesta che, per quanto assurda potesse apparire, aveva un suo fondamento. Pensò che per il professore, lontano dalla sua Sicilia da troppo tempo, ritornare a parlare quella lingua fosse come un ritorno alle radici del suo essere più autentico e verace. Più semplicemente, poteva anche essere un atto di fede, di rispetto e di riverenza per quell’isola, dove tutti erano concordi nell’affermare che ci fosse il clima migliore dell’intero pianeta Terra. La sua posizione geografica insieme al mancato sviluppo industriale avevano preservato l’isola da quell’inquinamento insostenibile che invece si era verificato in altre zone d’Italia, dell’Europa e del mondo intero.

Ma adesso, qualunque fossero le motivazioni, era fondamentale risolvere la questione, perciò il giovane si affrettò a fare una telefonata ai piani superiori per riferire la reazione del professore e chiedere direttive. Tutto il dialogo avvenne in inglese, la lingua che ormai si era imposta in modo trasversale in tutto il mondo, soprattutto in ambito lavorativo.

La risposta non tardò ad arrivare: non c’erano traduttori dal siciliano all’inglese!

Con ciò si era ritenuto che la faccenda fosse chiusa. Ma non conoscevano l’ostinazione con cui il professore caratterizzava tutte le sue azioni e specialmente quelle che gli stavano veramente a cuore.

Minchiate!  Troveremo un traduttore”.

Era chiaro, sia al giovane operatore che al vecchio professore, che la risposta giunta dai piani alti era un maldestro tentativo di scoraggiare il professore dai suoi propositi. L’Europa ed il mondo sono pieni di siciliani, emigrati in ogni dove in cerca di lavoro. Simili a granelli di sale danno gusto ad ogni pietanza o come prezioso polline che il vento sparge ovunque regalano frutti prelibati. Uomini che, pur integrandosi, non avrebbero mai perso la fierezza e la consapevolezza di essere siciliani, ritenuti tra gli uomini più intelligenti e creativi, tra i migliori, tra quelli che si distinguono sempre nel bene come nel male. Uomini veri nelle cui vene scorre il sangue della storia millenaria di antiche ed impareggiabili civiltà.

“Dove? Come? Abbiamo meno di mezz’ora prima dell’inizio della conferenza e, anche volendo, non faremmo mai in tempo a trovare un interprete accreditato che possa tradurre il suo discorso!” tentò di controbattere il giovanotto, più per osservanza del suo ruolo che per personale convinzione.

Gli occhi dello scienziato scintillarono come faville di un fuoco gagliardo.

“Ho già notato il tuo nome scritto sul cartellino di identificazione che tieni appeso alla giacca: ti chiami Vito Di Gangi! Io avevo un compagno di classe alle elementari che si chiamava così. Magari, tu sei di origini siciliane e sei figlio di quel mio compagno o sei un suo parente!”.

Il giovanotto avvampò sotto lo sguardo indagatore del professore: “Si, sono siciliano di origine: mio padre fu costretto ad emigrare per necessità …” a quel punto si interruppe forse in preda alla emozione per quei ricordi o semplicemente per trovare le parole giuste da pronunciare in quel momento che appariva cruciale per entrambi.

Adesso non erano soltanto due generazioni a confronto, due uomini che stavano decidendo sul loro destino ma due siciliani che si riconoscevano nell’identità della lingua.
 “… ma nun c’eni bisognu di mê patri … puru iu parru sicilianu!”.
(Ma non c’è bisogno di mio padre … anch’io parlo siciliano!)

Vito sapeva bene che, offrendosi come traduttore, andava contro le indicazioni degli organizzatori e stava mettendo a rischio il suo posto di lavoro ma considerò che nella vita, ogni tanto, vale la pena di rischiare per qualcosa in cui si crede … e lui credeva in quel vecchio pazzo!

Il professore, abituato a leggere negli occhi dei suoi interlocutori come in un libro aperto, riconobbe in quella breve frase la migliore sicilianità. Affettuosamente batté una mano sulla spalla di Vito; considerò che avrebbe potuto essere suo figlio, quel figlio tanto desiderato e mai arrivato. Ripensò al suo dolore e a quello immenso della moglie che non riusciva a rassegnarsi. Considerò che la sofferenza spesso può portare una coppia a separarsi nel gioco crudele di chi rinfaccia all’altro, colpe e responsabilità. Invece per lui e la sua Marinella il dolore aveva avuto l’effetto contrario: li unì indissolubilmente al punto che si erano convinti che sarebbero rimasti sempre insieme anche dopo la morte.

L’emozione di quel ricordo, più degli altri, gli serrò la gola, tanto che dovette sforzarsi per parlare in tono normale che non tradisse il tumulto che aveva dentro:

“*Nun  mi  lu skordu  chu … tu si un picciottu judiziusu, nun si ‘na kuartara xakkata! a la skurata passa di l’arbergu ka t’a parrarri …” 

(Non lo dimenticherò. Tu sei un ragazzo giudizioso, non sei una brocca lesionata! “Quando fa buio passa dall’albergo chè devo parlarti)

sussurrò mentre si avviavano verso gli ascensori che li avrebbero condotti alla sala congressi che era situata all’ultimo piano.

Vito incassò la risposta con un semplice cenno del capo, pieno di gratitudine e ammirazione per quell’uomo che rappresentava la sintesi perfetta di tutto ciò che egli stesso avrebbe voluto diventare.  Era nato in Danimarca ma da genitori siciliani che erano emigrati, come molti altri, in cerca di lavoro. Non si era mai recato in Sicilia a visitare la terra dei suoi antenati e ora si rammaricava di non esserci mai stato, tuttavia riusciva a comprendere abbastanza bene il siciliano che il padre si ostinava a parlare anche a Copenhagen.

Al padre di Vito non importava se ciò avrebbe compromesso irrimediabilmente il suo processo di integrazione con la nazione che adesso lo ospitava; tanto la sua esistenza, quella autentica, era rimasta rinchiusa, come in uno scrigno dorato, giù nell’isola dei ciclopi e degli dei.

Vito non osò chiedere di che cosa volesse parlargli il professore: tra siciliani bastano poche parole; lui aveva già compreso che il vecchio sapiente lo aveva preso sotto le sue ali protettrici.

Le porte dell’ascensore si schiusero e loro vi scivolarono dentro inseguendo i loro pensieri. L’ascensore saliva veloce e sicuro senza tentennamenti, senza possibilità di retrocedere o peggio di scendere verso il basso ma portandoli senza incertezze là dove avevano chiesto di andare. Com’è diversa la vita, non è come prendere un ascensore in cui basta premere un tasto per arrivare in alto!

Antonino Sutera ripensò alla sua vita e a quante difficoltà, insidie e pericoli era andato incontro prima di arrivare in cima, prima di raggiungere i suoi obiettivi: andare a scuola e studiare, crescere e diventare un uomo importante, un luminare, un personaggio autorevole.

Tra i tanti ricordi, in particolare, la sua mente si focalizzò, come in un flash, su un episodio della sua vita a cui non pensava più da tanto tempo.

Una mattina, come tante altre, si stava recando a scuola, quando fu fermato da due balordi che nel quartiere erano noti a tutti per la loro stranezze. Due fannulloni che vivevano di espedienti, di piccoli furti e prepotenze ai danni dei più deboli.

Cosa volete da me?” si lamentò Antonino quando quei due ceffi lo fermarono, afferrandolo per la giacchetta.

Tu ci farai da palo, mentre noi visitiamo il negozio di antiquariato di via Celso”.

Io?! perché proprio io?”.

“Perché tu sei nessuno e nessuno ti noterà e ti verrà a cercare”.

Antonino deglutì il boccone amaro che non riusciva a digerire: non aveva mai pensato di essere considerato un “nessuno”.
Si riteneva un ragazzino come tanti altri ma, a differenza di molti altri, lui aveva già un progetto di vita e sapeva chiaramente che cosa volesse diventare da adulto. Tra i suoi programmi non esisteva neanche lontanamente la possibilità di fare da palo durante una rapina, diventando così complice di ladruncoli da strapazzo. Ma adesso come poteva togliersi da quell’impiccio?

Come poteva sfuggire ai due balordi dieci volte più grandi e grossi di lui?

Antonino non ci stava a recitare la parte del vaso di terracotta che viaggia in mezzo a tanti vasi di ferro come il caro don Abbondio manzoniano; allora non gli restava che giocare d’astuzia.

Se Ulisse era riuscito a fregare Polifemo lui poteva benissimo mettere nel sacco quei due; in ogni caso non era disponibile a farsi manovrare come una marionetta i cui fili sono mossi dalle invisibili mani di uno sconosciuto.

Va bene! Ci sto! Che devo fare?” rispose con falsa convinzione.

“Domani mattina esci da casa come al solito, come se dovessi andare a scuola, invece alle undici ti fai trovare davanti al negozio di antiquariato in via Celso. Lo sai dov’è? Guardati bene in giro, se vedi che si avvicina qualche sbirro, avvisaci prontamente! Capito? Attento a quello che fai, cacasotto! Comportati bene e avrai anche tu una parte del bottino”.

Antonino assentiva facendo ripetutamente cenni con il capo, tentando di rassicurare sulla sua fedeltà quei due, ma in testa aveva già un suo piano.

Doveva parlarne subito con il nonno: insieme avrebbero trovato la soluzione. Tornò indietro sui suoi passi per rincasare. Il nonno seduto su una vecchia sedia da cui sfuggivano dal fondo fili di paglia consunti, se ne stava a sonnecchiare al tiepido sole di primavera, seduto davanti alla persiana semischiusa della loro modesta casa, situata a pianterreno. Si accorse subito del ragazzo anche perché gli aveva messo una mano sulla spalla per svegliarlo. Quel gesto non rientrava nelle abitudini di Antonino che, quando pensava che il nonno dormisse, camminava in punta di piedi per non far rumore. Al vecchio bastò guardare in faccia il nipote per rendersi conto che doveva essere successo qualcosa di grave.

“Kka la facenna è ‘nturciuniata, è meghu parrarini ku kuarkunu ki ni sapi chossai. Ma ku? Basta ka ni putemu fidari!” esclamò il nonno.

(Qui la situazione è complicata, è meglio parlarne con chi ne sa di più. Ma con chi? Purché ci possiamo fidare…!)

L’unica persona che, secondo Antonino rispondeva a tali caratteristiche, era proprio la professoressa Valentina Mendola.

Intanto l’ascensore si era fermato, con un lieve sussulto al piano indicato e aveva spalancato la sua porta scorrevole su un ampio corridoio dai pavimenti così lucidi da potersi specchiare dentro. Il Professore temette di scivolare, il suo giovane accompagnatore gli offrì il braccio intuendo il timore dell’uomo che lo rifiutò con un gesto di stizza!

In realtà Antonino si era rabbuiato per essere stato distolto dai suoi ricordi che proprio quella mattina si stavano affollando nella sua mente come su un palcoscenico, dove gli attori di una sgangherata compagnia si erano dati appuntamento tutti insieme per recitare ognuno la parte assegnata da quella regia misteriosa che è la vita!

Lo scienziato ripensò a come la professoressa Mendola si fosse ingegnata per risolvere l’impiccio in cui il suo alunno preferito si era, suo malgrado, venuto a trovare. Era stato più semplice di quanto il ragazzino impaurito avesse previsto. All’interno del negozio di antiquariato erano stati mandati in incognito due poliziotti travestiti da turisti che avevano facilmente agguantato i due ladruncoli mentre poco dopo, intervenivano altri poliziotti in divisa d’ordinanza, chiamati dal proprietario del negozio.

In seguito, nessuno dubitò dell’assoluta estraneità di Antonino all’intervento degli uomini di legge e l’episodio cadde presto nell’oblio senza conseguenze per lui. La professoressa Mendola aveva organizzato tutto in pochissimo tempo, infatti aveva fatto la soffiata alla polizia senza citare mai il nome di Antonino: era questo il modo migliore per proteggerlo e tenerlo lontano da pericolose ritorsioni da parte di quei due ladruncoli e di chi sicuramente era alle loro spalle. Era noto a tutti infatti che in quel quartiere malfamato di Palermo non si muoveva foglia senza che Don Calogero lo volesse o ne fosse preventivamente informato.

Ma ciò che preoccupava seriamente Antonino e suo nonno consisteva nel fatto che fosse stato scelto, tra parecchi altri ragazzini più indicati, proprio lui. Non c’era logica in questo né una risposta soddisfacente. Fino a quando sua madre, una sera che erano seduti attorno al tavolo per la cena, si lasciò sfuggire un lamento per la povertà del cibo a loro disposizione: “Io ci ho provato a fare guadagnare qualche soldo anche ad Antonino, ma tutto è andato storto e anche stasera andremo a letto con la pancia piena solo di aria e di chiacchiere”.

Le parole della donna non potevano passare inosservate: di quale opportunità di guadagno per Antonino stava parlando?

Messa alle strette, Carmela confessò tra le lacrime di essere andata a trovare don Calogero a casa sua e di avergli chiesto di procurare un poco di lavoro anche a suo figlio che “mancavano i soldi a casa, pure per mangiare”.

Il mafioso non faceva mai nulla senza un proprio tornaconto personale e adesso, dopo tanti anni, si presentava l’occasione per prendersi la sua bella rivincita e accaparrarsi il bottino tanto atteso.

La fece difficile con Carmela per aumentare il suo monte premi, mostrando dubbi e perplessità su Antonino: “Tuo figlio non ha la stoffa per poter partecipare a un lavoretto come quello che sto organizzando al negozio di antiquariato dove so per certo che è arrivata merce di grande valore. Non ha le palle! Lo vediamo andare a scuola ogni mattina con l’aria del citrullo; so anche che, guidati da quella professoressa della scuola, ha partecipato ad una manifestazione in piazza contro la mafia e mi hanno riferito che lui gridava più forte degli altri. Per rispetto a te, Carmela, finora lo abbiamo lasciato fare ma state attenti a non oltrepassare il segno!”.

La donna, intimorita, lo aveva rassicurato e aveva suggellato le sue parole con quelle effusioni amorose che il mafioso da tempo aveva preteso da lei. Tanino era furibondo, avrebbe voluto mettere per strada la moglie anche perché sospettava che tra lei e don Calogero ci fosse qualcosa di più di un semplice accordo di affari. Sua moglie era ancora molto piacente con le sue labbra rosse come due ciliegie mature e il suo sguardo intenso e misterioso, protetto da lunghe ciglia nere. Il mafioso, dal canto suo, non si lasciava scappare occasione per avere le femmine che voleva, soprattutto quelle degli altri. Trasgredire la legge degli uomini e quelle di Dio lo eccitava!

Tuttavia, dopo il primo sfogo, Tanino tacque e si rintanò in un angolino della stanza, accoccolato per terra, con la testa tra le mani, stanco e floscio come un sacco vuoto!

Di quella storia non se ne parlò mai più ma Antonino sentì che qualcosa si era spezzato dentro di lui mentre aumentava il desiderio di allontanarsi per sempre da quell’ambiente. Ma come? Con quali risorse? E poi c’era il nonno e il padre, al quale non voleva dare ulteriori dispiaceri. Decise che sarebbe rimasto fino al diploma, ma che dopo avrebbe continuato gli studi universitari in un’altra città mantenendosi da solo, lavorando anche di notte, se necessario. Così fu!

E ora eccolo entrare da vincitore nella sala del congresso sul clima mondiale. Gli organizzatori tirarono un sospiro di sollievo perché finalmente i lavori potevano essere aperti. I fotografi ed i giornalisti, provenienti da ogni angolo del pianeta, avevano già sistemato le loro sofisticate apparecchiature mentre il silenzio scendeva nella sala che si apprestava ad ascoltare la relazione del professore Antonino Sutera.

L’uomo, anche se abituato alle luci dei flash che lo fotografavano, fu colpito da una luce più abbagliante delle altre che gli fece socchiudere le palpebre.  Fu proprio in quell’istante che ebbe la netta sensazione che una figura femminile si stesse avvicinando a lui e lo prendesse per mano guidandolo alla postazione dove doveva accomodarsi; riconobbe anche una fragranza a lui familiare che gli procurò un leggero stordimento. Temette di svenire ma la mano protettiva di sua moglie Marinella lo sostenne amorevolmente.

Durò solo un istante, infine tutto svanì misteriosamente così come era iniziato. Sua moglie era morta molti anni prima lasciando di lei e dei suoi occhi liquidi e pieni di innocenza un ricordo indelebile. Il vecchio professore si commosse fino alle lacrime che stentò a trattenere ma adesso era arrivato il momento tanto atteso che voleva dedicare a lei e alla sua Sicilia con tutti i suoi abitanti!

Antonino si schiarì la voce per realizzare il suo ultimo sogno, dopo il quale era pronto a morire: parlare a una platea mondiale, in mondovisione, nella sua lingua:

 “Sti bravi kristiani l’anu a sapiri a verità: la kalura fa beni … ma no assai!”.

(Questa brava gente deve sapere la verità: il calore fa bene … ma non deve essere troppo!).

Sandra Vita Guddo

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Una risposta

  1. Maria Rosa Previti ha detto:

    Cultura, amore totalizzante per la Sicilia, desiderio di esternarlo e cristallizzarlo in un racconto che si legge tutto d’un fiato. Lo sapevo già che eri molto brava, ma questa è un’ulteriore conferma