I miei racconti psicofantasiosi di Vera Basnia==rec. Maria Elena Mignosi Picone


I MIEI RACCONTI PSICOFANTASIOSI

 

di VERA BASNIA

 

a cura di

MARIA ELENA MIGNOSI PICONE

Ci troviamo di fronte a un libro che porta come autrice Vera Basnia e come titolo “l miei racconti psicofantasiosi”. Ma Vera Basnia non esiste. Sotto questo nome si cela la reale autrice che è Valentina Cucuzzella. Perché ha deciso di cambiare nome? Non si tratta di uno pseudonimo ma di una scelta che affonda le radici nell’ anima di Valentina. ll perché lo vedremo più tardi.

lntanto cominciamo col prendere in considerazione il sostrato familiare e affettivo, che sta alla base e da cui è sgorgata questo sua opera letteraria.

Valentina Cucuzzella, figlia di uno psicoterapeuta, e di una madre, chiusa e poco amorevole, risente dolorosamente del clima di disamore in cui vive. L’opera ha una connotazione autobiografica e rivela nell’autrice una dimestichezza con la problematica della psiche che la conduce all’approfondimento delle conseguenze, nell’essere umano, del disamore e nel suo caso anche della mancanza di unità nella famiglia.

Molto significativa al riguardo è la favola “un dono di pietra”. ll dono di pietra è il sorriso della mamma, che la bambina avverte senza amore, freddo, come un gesto di rito, convenzionale. Ed è una sofferenza per il suo animo sensibile. Efficace ed incisiva è sempre qui la contrapposizione tra la bambina e la fata che si stacca da lei, ma è sempre lei. E così abbiamo di fronte la bimba, che il disamore in cui si trova immersa altera facendola diventare sgarbata, nervosa, e invece la fata, che nasce dalle emozioni della bimba quando il suo animo prova qualcosa di bello, e la fata è saggia e gentile.

E’ evidente qui che c’è dunque una frattura nell’animo della bambina, combattuta tra il male che riceve dall’ambiente, e la sua vera natura, che è rivolta a godere della bellezza delle cose e alla bontà. Ci troviamo di fronte ad una tematica molto complessa, e cioè il contrasto nella persona tra essenza ed esistenza. La essenza, buona, autentica, genuina, che viene alterata dall’esistenza, con i mali che procura.

Molto significativa ancora nella seconda favola “Anzy e i ragazzi-ferita” proprio la considerazione di questi ragazzi che erano bimbi spaventati, soggiogati da una donna dura, bimbi feriti nell’animo, che gridavano il mancato amore. Avevano uno sguardo buono ma erano diventati aggressivi e perfino sprezzanti della loro stessa vita (uno di loro si voleva gettare dal balcone). Erano diventati dei fanatici.

E qui risalta in maniera drammatica il contrasto tra essenza ed esistenza.

Poi, quando la situazione cambia (anche la fata dal nome Severa lo muta in Serena) e regna l’amore, allora quella schiera di ragazzi-ferita, quella “fanteria del dolore”, come loro stessi si definivano, e che era diventata una “progenie pestifera”, si trasforma: ” i bimbi spaventati” scrive l’autrice “ora avevano un arcobaleno nello sguardo, sicuro e splendido”. Erano diventati come dei principi. Regali nel modo di essere e di fare.

Ecco era affiorata infine in loro la vera natura. L’essenza aveva trionfato sull’esistenza.

E a questo punto comprendiamo il perché della necessità che sente l’autrice, Valentina, di cambiare nome. E non a caso lo cambia in Vera. ln questo passaggio da Valentina a Vera c’è tutto il suo dramma intimo, c’è il suo tormento, la sua ricerca affannosa della propria essenza. Di contro ad una esistenza che la soffocava e la alterava. C’è la ricerca della sua identità.

E il condizionamento era il disamore in cui viveva. Sotto uno dei personaggi del libro trapela la figura di una persona, diciamo ombrosa, pessimista, quando Valentina scrive di “battute sempre acide ed egoistiche” e aggiunge: “ma la cosa che di lei colpiva era la sua leggerezza di farfalla di quando ti gettava addosso le sue parole ebbre di nichilismo. Per lei era nulla, era dire delle cose; quali non se ne preoccupava”. Viene a proposito in mente un noto proverbio: “Ne uccide più la lingua che la spada”. Tante volte, in momenti di nervosismo magari, e spesso proprio in famiglia, si proferiscono parole gettate lì senza riflettere, e non si ha la consapevolezza che possono provocare traumi, complessi e tanto dolore.

Un altro personaggio è quello che ha la cattiva abitudine di parlare sempre lui, e parla sempre di sé, senza nessuna considerazione degli altri che ignora completamente.

Ecco la tematica dell’opera verte su una sofferenza intima, ma veramente grave, molto dolorosa, una effettiva malattia dello spirito, che è quella derivante da carenza d’amore, da maltrattamenti psicologici che si subiscono sin da bambini, e che sono tanto più cocenti quanto più vicine sono le persone da cui provengono, come possono essere i familiari. E’ una sofferenza che spesso viene ignorata, perché nessuno le dà peso. Si è portati più a considerare la sofferenza che viene da violenza fisica che non la sofferenza dell’anima.

Ora Valentina con questa sua opera ha il merito di averla messa in risalto. E di avere messo in risalto in particolar modo tutte le sfaccettature di questa sofferenza, tutti gli effetti che provoca. ll tormento interiore che determina, e la fatica immane nel liberarsene.
E mentre nell’essere umano che nasce e cresce circondato da amore tutto questo non avviene perché l’essenza è favorita dalla esistenza e questo essere sentendosi veramente amato è libero, gioioso, vivace, non così avviene in chi è sfavorito dalla esistenza, e subisce dei traumi che incidono negativamente sullo sviluppo armonico della sua persona.
E questo lo notiamo in un’altra favola, dove il personaggio del giovane Erik sente entro di sé questa terribile disarmonia. Questa volta non è la aggressività o la mancanza di autostima fino al disprezzo della propria vita l’effetto del disamore ma è qualcos’altro che non esclude neanche questi effetti che tra l’altro possono convivere tutti insieme in una persona, sono solo momenti diversi. Quando al ragazzo chiedono: “Dove ti sei fatto male?”, egli mettendosi la mano sul petto risponde: “Al bisogno di affetto e alla spontaneità”. Ecco qui è la spontaneità che viene intaccata.
Egli si sente insicuro, pauroso, rifugge dai coetanei, da tutti; è ossessionato dai ricordi dei maltrattamenti subìti, e anche la sua mente è come intorpidita, e avendo pensieri confusi, anche le parole stentano a formare un discorso coerente, è come se non sapesse neanche parlare. Avverte la sua anima come morta, si sente morto alla vita, alla normalità. E’ come la foglia secca che anela a rinverdire. Siccome ha il dono della creatività nella scultura, egli si sente libero solo quando scolpisce. E scrive Valentina: “il suo sogno più grande restava quello di essere nella vita come nell’arte”. Qui notiamo come è sofferta e travagliata la lotta tra l’essenza e l’esistenza.

Il giovane poi guarisce e allora diventerà gioioso, ricco di vitalità, aperto all’amicizia e agli altri.

La liberazione da questo tormento interiore che è una vera e propria malattia dello spirito, è un’impresa ardua, e talvolta da soli non si riesce,  si ha bisogno proprio del medico, dello psicoterapeuta come era il padre di Valentina. Siamo nel campo della psicologia o addirittura della psicanalisi. E la causa è sempre quella, ormai tutti gli psichiatri l’hanno riconosciuto, che i disturbi del comportamento, della psiche, derivano da carenza di amore.

La vera cura è l’amore. E così la guarigione è assicurata. lnfatti i personaggi del libro guariscono, poi si liberano e cambiano. Come abbiamo potuto vedere.

A livello proprio psichiatrico è un altro personaggio, la donna che Vera incontra in autobus. Aveva l’aspetto di una statua. Già l’aspetto dice tutto. Una donna con l’espressione spenta, e inoltre era goffa nel suo abbigliamento. E già notiamo due effetti della carenza d’amore: la morte dello spirito, e la trascuratezza di sé, la disistima. Eppure era bella. Poi si è appurato che si trattava di una ladra. Ma cosa rubava? E’ qui è la pazzia. Rubava l’amore agli innamorati. Che per il suo sortilegio, si lasciavano, rompevano il fidanzamento. E anch’essi, quando poi recuperano l’amore rubato, concludono: “Ci aveva reso morti rubandoci l’amore”.

Quindi la guarigione è la riappropriazione della vitalità, naturale, normale. Con tutti gli aspetti che questa comporta, libertà, gioia, amicizia, e cosìvia. E’il ritorno ad una persona viva. Vera.

ll libro “l miei racconti psicofantasiosi” di Vera Basnia, nonché Valentina Cucuzzella, può offrire parecchi spunti di riflessione. Sia per quanto riguarda il cadere nella malattia dello spirito, sia per quanto riguarda la guarigione.

Ora la liberazione ad esempio può essere offerta anche dall’amore che si riversa nell’arte. Una sorte di estasi nel mettere in atto, sia nella poesia, che nella pittura ,scultura o altro, nel realizzare le proprie ispirazioni, già sublima lo spirito, lo vivifica, lo fa palpitare.

Un esempio è proprio Valentina, che nell’arte, nella scrittura cessa di essere Valentina, per diventare Vera, non più quella fanciulla turbata dalla sofferenza dello spirito ma libera, soddisfatta, amichevole, una fanciulla splendente solo della sua essenza.

Un’ultima riflessione ancora. Questi racconti non seguono se non in minima parte un andamento discorsivo come è proprio del racconto o del romanzo, che seguono una narrazione fatta in terza persona o anche in prima persona, ma quel che predomina in questi è il dialogo. Tra i personaggi che il più delle volte sono sempre lei, la protagonista, sotto cui si cela la scrittrice evidentemente, personaggi che si vanno sfaccettando, sdoppiando: ad esempio da lei si staccano i ricordi, le emozioni, le gioie, che diventano personaggi a loro volta, a se stanti. E comincia il dialogo tra tutti quanti. Ora questo fa pensare che l’opera di Valentina possa prestarsi anche ad un’opera teatrale. Appunto per la ricchezza del dialogo diretto, immediato, in cui si riversa un’anima sofferente e travagliata, che anela a liberarsi dai condizionamenti per ritrovare la sua essenza pura. Cosa potrebbero essere queste opere teatrali? Commedie? Non direi. Perché c’è profonda sofferenza Tragedie? Neanche. Perché poi tutto si risolve in positivo, con il superamento, con la guarigione. Però potrebbero essere drammi. Ecco Valentina chissà se un domani, nella piena maturazione della sua arte, non ci offra anche delle opere teatrali e non diventi pure una drammaturga. Noi glielo auguriamo di cuore.

Ma soprattutto le auguriamo di recuperare appieno la sua essenza, la sua vera natura, quella pura e non contaminata dall’esterno, che poteva avere alla nascita. E, come un fiore, possa sbocciare anche dalla pietraia perché il sole dell’amore può fare pure questo. E così zampillerà in lei, circondata da tanto affetto, come tutti noi le vogliamo, la sua capacità di vivere nella gioia, nella letizia, nella serenità. E inoltre questa esperienza di dolore, che non è detto non possa tramutarsi in qualcosa di positivo, anche in quelle persone che prima erano apparse così dure e che magari non lo sono ma lo erano diventate perché anche esse sottoposte a condizionamenti, a situazioni intollerabili, non è detto, dicevamo, che il tutto non possa sfociare nella pace, nella concordia tra tutti.

E questo sarebbe un bellissimo esempio di rinascita, di rigenerazione, tanto più sentita quanto più sofferta, perché le sue radici affondano nel dolore.

Dolore non fisico, ma di anime. Quindi tutta l’opera della nostra Valentina reca un’impronta psicologica, scava nella psiche, e con visione chiara e distinta ne rivela tutte le pieghe, tutte le sfumature. Forse non tutti potrebbero comprendere a fondo le situazioni qui descritte, i personaggi, e potrebbero valutare come favole le cose che ella prospetta. Ma favole non sono. Ne hanno l’aspetto, l’apparenza. Ma sono realtà viva, come l’autrice non è Valentina ma “Vera”.

Non credo che sia un’opera che tutti possano capire a fondo compenetrandosi in Valentina; occorre una buona dose di empatia, di sensibilità, e di profondità anche. Altrimenti saranno considerati i suoi racconti come fantasiosi e bizzarri magari. Ma sotto ogni parola c’è una lacerazione, in ogni pagina c’è una pagina di vita. Ogni pagina sanguina speranza e liberazione.

E la liberazione arriva. L’amore compenserà la sofferenza passata. E subentrerà la gioia, la sicurezza, la serenità. La libertà e la pace. La concordia e la fraternità.

Maria Elena Mignosi Picone