IL JAZZ LA MUSICA DEL NOVECENTO 3° cap- di Rosario Sanguedolce

I CANTI RELIGIOSI: OH HAPPY DAYS!

Oh Happy day: è interessante iniziare questa puntata con il titolo del più famoso inno religioso, gospel, composto nel 1700 dai nero-americani e arrivato ai nostri giorni così come era cantato in quell’epoca. Mahalia Jackson ne fu una delle più celebrate interpreti ma tutti i cantanti di Jazz si sono cimentati con questa composizione che presenta caratteristiche uniche e non c’è stato gruppo canoro o cantante solista che non lo abbia improvvisato in qualche sua parte. E’ un inno che il popolo nero eleva a Dio con un ritmo, una potenza di canto che lascia stupefatti, storditi e ammirati per la sua bellezza. Ray Charles nè da una interpretazione straordinaria che è udibile e visibile nel link più sotto riportato. Musica bellissima che solo il popolo nero ha saputo creare e tramandare attraverso i secoli. Si avverte che il ritmo è frenato, è pulsante, sincopato, prima lento e maestoso per poi esplodere nella parte corale. Si susseguono frenate e accelerazioni improvvise che rendono l’ascoltatore in continua tensione emotiva. I frequenti break portano la tensione a livelli molto alti per poi sciogliersi nel canto del solista.

Di “Oh Happy days” propongo l’esecuzione dei due cantanti: la prima è quella più antica ed è eseguita da Mahalia Jackson nella quale la cantante inizia il brano con un tono di voce dolce, solenne e suadente, per poi aumentare il ritmo che diventa incalzante con break che sciolgono la tensione che si percepisce e si va accumulando con il procedere dell’esecuzione. Potenza della voce e coinvolgimento emotivo vanno di pari passo.

https://www.youtube.com/watch?v=IHEE52X6pZ4

La seconda è quella di Ray Charles piena di pathos, di vigore, di forza anche se Ray non canta molto, ma la sua presenza infonde al coro una energia incredibile. Il ritmo iniziale è lento e maestoso per poi andare ad accelerare sempre senza strappi, gradatamente, per portare gli ascoltatori ad uno stato quasi di estasi. Splendido il finale dove lui indugia a salutare il pubblico quasi non volesse staccarsi dall’abbraccio affettuosi dei suoi fans abbracciandoli tutti lui stesso. Incanutito, anziano ma grande interprete della musica afro-americana: il mondo della musica gli deve molto.

https://www.youtube.com/watch?v=wv5n_eCGkvM

La foto bene rappresenta il carattere di Ray Charles cantante: una forza di canto esplosiva, una capacità di coinvolgere l’ascoltatore inverosimile: un uragano di emozioni.

A seguire il testo italiano delle prime 2 strofe di Oh Happy days

 

Oh, felice giornata (oh buon giorno)

Oh, felice giornata (oh buon giorno)

sì, quando Gesù lavò (quando Gesù lavò)

Quando Gesù lavò (quando Gesù lavò)

Quando il mio Gesù si lavò (quando Gesù si lavò)

Ha lavato via i miei peccati

 

(Mi ha insegnato come) Oh mi ha insegnato come (lavare)

(combattere e pregare) per combattere e pregare

(combatti e prega) E lui mi ha detto come vivere in gioia

(E viviamo allegri) Sì, sì, oh sì

(Tutti i giorni) Ogni giorno oh sì (ogni giorno!)

 

La conversione forzata dei neri d’America alla religione cattolica, li portò a contatto con le Sacre Scritture e la forza della predicazione di Gesù Cristo esercitò in essi un fascino enorme. Dalla conoscenza della Bibbia essi ricavarono ispirazione per canti religiosi che spesso erano eseguiti da cori di uomini e donne con un ritmo travolgente: gli inizi del canto erano lenti e maestosi per poi accelerare sempre di più fino a raggiungere esiti parossistici. Erano i gospel e gli spirituals.  Dicevano i negrieri proprietari delle fattorie che un negro che canta è un buon negro perché in questo modo non pensa.

La musica Gospel e Spiritual piantò il suo seme quando, a partire dal 1500, donne e uomini liberi africani si ritrovarono sbattuti nelle zone costiere del loro paese per aspettare l’arrivo di navi di tutte le bandiere, che li avrebbero portati a morire lungo il tragitto o nelle piantagioni e nelle miniere del nuovo mondo. In Africa avrebbero lasciato non solo tradizioni, lingua e religione, ma anche la libertà e la dignità di esseri umani.
I neri avevano però custodito in fondo all’anima il ritmo d’Africa, un ritmo che batteva forte per ricordargli che nonostante il lavoro, la violenza e le umiliazioni, erano esseri umani.
La loro musica li accompagnava spesso durante il giorno e, per alleviare la fatica, nacquero le Plantation Songs (canti della piantagione) da cui derivarono i Work Songs (canti di lavoro) e i Calls (richiami), utili per comunicare tra loro e con le organizzazioni che aiutavano gli schiavi a fuggire. Quando, in seguito, i predicatori battisti e metodisti venuti dall’Europa li convertirono al Cristianesimo, essi cominciarono a cantare canti religiosi, chiamati Spirituals, derivati dagli inni inglesi ai quali aggiunsero i ritmi e i colori africani.
Nello Spiritual è spesso presente il racconto biblico, che esprime la speranza di liberazione e salvezza per l’oppresso: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe prende il posto degli dèi pagani della tradizione africana e gli eroi del Vecchio Testamento diventano gli eroi di un popolo di schiavi, in un’assoluta simmetria di sofferenze, attese e certezze tra l’ebreo in cerca della terra promessa e lo schiavo, con il suo dolore, la sua ricerca di libertà e la sua attesa di pace, non qui forse, ma nell’altra vita, “al di là del fiume Giordano”. Alla fine dell’800 il patrimonio dei canti religiosi afro-americani inizia ad essere raccolto, studiato e ri-arrangiato, attingendo musicalmente alle nascenti forme del jazz e del blues. Negli anni ’20 Tom Dorsey rielabora i generi sacri afro-americani, modernizzando gli antichi moduli espressivi senza tradirli e definendo la nascita di un nuovo genere: il Gospel.
Il Gospel continua, sia pur in forme diverse, il cammino tracciato dallo Spiritual. La musica diventa più sincopata, più elaborata, i testi diventano più personali e meno comunitari, ma l’anelito alla libertà rimane invariato: negli Spirituals riguarda la schiavitù imposta dai padroni bianchi, mentre nel Gospel riguarda la rivendicazione dei diritti civili e le varie forme di schiavitù personali, da cui ogni essere umano aspira a liberarsi.

Con questo capitolo concludo la parte della  storia figurata e musicata della Musica Jazz relativa alle sue origini. Parlare subito di questa musica senza conoscere le sue origini forse non avrebbe avuto molto senso e non avrebbe aiutato la comprensione del fenomeno. Fondamentale la conoscenza della storia, ovviamente molto sintetica, dei neri d’America perché questa contribuì in modo determinante alla nascita e allo sviluppo del Jazz. Intorno al 1870 la scena musicale dei neri comincia a cambiare: fa la sua comparsa il ragtime la prima vera espressione musicale originale dei neri eseguita al pianoforte e inventata da Scott Joplin e nel 1900 il blues irrompe nel panorama musicale dei neri.

Il blues, è poesia composta al momento ed è una tappa fondamentale nelle evoluzione della musica afro americana; ancora non si può parlare di Jazz ma il blues è la fase immediatamente precedente la nascita del Jazz. Il blues è una composizione cantata con l’accompagnamento della sola chitarra, poi evolverà con l’inserimento successivo di altri strumenti e col passare del tempo la struttura musicale del blues che è di 12 battute, sarà molto spesso presente nelle composizioni strumentali per piccolo complesso, grandi orchestre e solisti. Il Jazz nasce a New Orleans con composizioni a ritmi veloci: discutere della data di nascita è superfluo. Il Jazz di New Orleans è stato spesso etichettato come Jazz caldo, hot Jazz, in contrapposizione con il Jazz moderno che è definito Jazz freddo o cool Jazz. Questo per chi ama etichettare le cose, ma un musicista nero americano, interpellato da un giornalista sulla differenza tra Jazz caldo e freddo, lo guardò stranito e rispose che quella era una distinzione operata dai bianchi; per i neri esiste solo il Jazz e basta. Mi fermo qui in questa enunciazione delle tappe del Jazz perché con il Jazz di New Orleans si raggiunsero livelli qualitativi eccellenti, basta ricordare solisti eccezionali come Louis Armstrong, Jelly Roll Morton, Kid Ory, King Oliver ed altri di cui parlerò in maniera molto particolareggiata da qui in avanti.   In conclusione mi piace ricordare una dichiarazione che rilasciò Louis Armstrong a un giornalista il cui senso è

 

“E cosa credi che fossero gli spirituals, i blues e tutto il resto se non il nostro inno, la nostra lode al Signore? E come credi che allora avrebbero potuto resistere i neri nelle piantagioni senza di Lui, senza la fede, senza la speranza in Lui? Si sarebbero suicidati tutti, credimi, se non avessero ascoltato la Sua voce. Ecco soltanto questo è il Jazz: la nostra speranza in Lui”.

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3 Risposte

  1. Palma Civello ha detto:

    Ringrazio l’autore di questo articolo perchè fa avvicinare al Jazz in modo chiaro, semplice e accattivante. Per me che non conosco questo genere, è sicuramente di stimolo. Avevo sul Jazz solo conoscenze frammentarie e poco corrette con pregiudizi. Adesso ho compreso che il Jazz è davvero un pezzo importante del mondo musicale. Grazie ancora al prof. Sanguedolce.

  2. Rosario Sanguedolce ha detto:

    Caro Gaetano, ti ringrazio per le tue considerazioni su quanto sto cercando di raggiungere con questo corso sulla Musica Jazz e su questi capitoli sul Jazz. Tutto questo non avrebbe alcun valore se non ci fossero persone come te che stanno dimostrando un interesse crescente nei confronti di una esperienza musicale che non solo non si è arrestata ma che comunque continua il suo percorso coinvolgendo persone come te dotate di una sensibilità molto forte.

  3. Gaetano Prestifilippo ha detto:

    Bellissima esposizione di un argomento, quello della storia del Jazz, che merita di essere studiato ed approfondito oltre che dal punto di vista musicale anche da tutti i suoi aspetti di varia natura (sociale, storico, politico ecc.) che ne stanno dietro.
    Mi reputo fortunato ad avere incontrato la persona giusta, competente ed appassionata, quale tu sei, che passo passo mi sta guidando in un percorso che fino a poco tempo fa mi era semi-sconosciuto.
    Grazie Prof. Sanguedolce