Spine d’Euphorbia di Josè Russotti == a cura di Sandra V. Guddo

José Russotti

Spine d’Euphorbia

 

A cura di Sandra V. Guddo

 

Le poesie sono state lette da Miryam de Luca durante la presentazione dell’ 8 febbraio nella sala Pitrè di Unipop Università Popolare di Palermo

 

La sensazione che rimane incisa dentro, dopo avere letto la silloge poetica di José Russotti “Spine d’Euphorbia “, è quella di vivere, nel proprio io, un viaggio in terra di Sicilia amara e sfuggente. Un viaggio doloroso che si snoda tra frammenti di paesaggi di maestosa bellezza dove a prevalere sono i contrasti di forme e colori che la ritraggono nella sua essenza di terra avara e generosa, aspra e languida, vigile e sonnecchiante, dove pare che tutto cambi per rimanere infine immutato nel tempo ed immobile nella sua più profonda identità.

Si staglia con labili contorni, tra il lusco ed il brusco, soffusa di una mielata atmosfera una terra dove, invece, i suoi abitanti sanno essere tutto ed il suo contrario: uomini capaci di gesta di supremo eroismo come di bruta viltà ed ostinata omertà. Uomini impegnati nella lotta civile e altri preoccupati soltanto di salire sulla giostra dorata del potere per costruire menzogne “Nelle dimore dorate/ gli stolti erigono false ideologie”.

La pietas del poeta sceglie di varcare i confini della Sicilia e stringersi accorata intorno ai morti, per mano infedele, delle stragi di Berlino o di Parigi e Manchester. Il suo animo si piega dolorante dinanzi ai tanti, troppi morti in mare, ai fuggiaschi che affrontano il viaggio della speranza e invece incontrano la fine di tutto nelle acque del Mediterraneo.

Ma la Sicilia un po’ fanée ritorna e vi si viaggia avvolti da emozioni che sanno di vecchio e sanno di gioventù, in un mare di nostalgia che avvince tutto e tutti.

Emozioni che José Russotti prima ci sottrae e poi ci regala attraverso le sue poesie, scritte in un arco temporale ben definito (tra il 2013 e il 2017).

Ma, al di là delle date, la narrazione poetica volge il suo sguardo molto indietro nel tempo, a quando “ il pass fu segnato da allora/ quando all’alba dei tuoi giorni/ stretto al suo seno gonfio di latte/ allattavi incredulo al futuro” per rendersi conto ben presto che noi “ non siamo  che sprovveduti bacilli/ innanzi agli occhi dell’ Altissimo/ eternamente a rincorrere/ e a rincorrerci”, costretti a vivere “in un perimetro “, “stretto nella morsa dei giorni grevi/ o nell’incontenibile fragore dei giorni infranti”.  

Riflessioni che riguardano l’intero genere umano che da sempre si pone incredulo la domanda di quale sia il senso del nostro venire al mondo e che hanno il sapore amaro, in senso heideggeriano, che nulla ha senso se non questo eterno rincorrere e rincorrersi, forse senza mai trovarsi!

Il viaggio esistenziale del poeta si muove dolorosamente tra le pieghe più recondite della sua anima dove ad ognuno, dotato di un minimo di sensibilità, sarà possibile ritrovare parti di sé stesso, con domande uguali, con la medesima sofferenza, con gli stessi sogni vagheggiati ed idealizzati e mai vissuti. Con emozioni comuni a noi uomini di questa terra, emozioni che Russotti ci sottrae e fa volare nel suo cielo. Con le stesse speranze e illusioni   cui seguono, nella tragica altalena della vita, cocenti delusioni, fino a quando “qualcuno verrà a prendermi nel sonno per poi risvegliarmi nella casa affollata del Padre”.

Viene così fuori, senza retorica alcuna, la figura del Poeta combattente, che non arretra di fronte alla disfatta ma che continua la sua lotta per condurre al meglio la sua vita, nonostante le dolorose “spine acute di euphorbia nei fianchi!”, “e graffi contro il vetro”.

Un poeta combattente che, alzando la fiaccola dei sentimenti eterni, stempera la forza propria di una terra amara e quella propria di uomini che combattono. Sembra quasi di rivedere il Neruda di Yo Soy  del “ Canto general “ che resiste eroicamente agli abusi degli oppressori ma che protegge gli oppressi con il manto della sua pietas.

L’uomo, simile alla fragile canna, di cui dissertava il filosofo francese Blaise Pascal, si piega alla furia del vento ma non si spezza mantenendo ben salde le sue radici nella terra da cui trae nutrimento e sostegno. José, che da giovane si è allontanato da Malvagna in cerca di lavoro, ritorna nell’affascinante borgo antico, con la sua fiaccola delle emozioni e dell’amore ad illuminare il mai interrotto legame profondo che lo lega alla sua terra e a placarne il pianto per il necessario temporaneo abbandono dei tanti figli costretti ad emigrare in cerca di lavoro.

Poeta contemporaneo, eroe ed antieroe nello stesso tempo, fonda ontologicamente la sua esistenza come r-esistenza ai drammi personali e sociali che hanno accompagnato il suo destino.

Il suo poetare autentico e dirompente sgorga dal suo petto con la furia di un fiume in piena. Il suo poetare affascina e travolge in un susseguirsi di sentimenti ed emozioni che toccano tutte le corde dell’animo umano. Riesce infine a raggiungere le vette ambite di un autentico lirismo sia che indugi nel ricordo della madre di cui rimpiange le carezze, sia che rievochi la figura del padre Sebastiano, morto tragicamente, quando Egli era soltanto un bambino spaurito. Un tragico incidente automobilistico spezza la vita del padre che viene ritrovato all’alba con un ciuffo di ginestre in mano, strappate nel tentativo di bloccare la sua rovinosa caduta nel fossato sottostante.

La ginestra presente in alcune delle sue poesie diventa così il simbolo di attaccamento alla vita e di r-esistenza attiva al procedere del nulla. Non è soltanto la visione della ginestra o dell’amato borgo natio che, in qualche modo, lo avvicinano al grande poeta recanatese, piuttosto il tema dell’illusione e della sofferenza che procura il dissolversi di un sogno dinanzi all’amara verità. E dentro la dimensione onirica va ambientato il racconto di un amore intrappolato nella gabbia del possibile che non diventerà mai reale. Ed è qui, a mio parere, che il lirismo di José Russotti, raggiunge le note più alte che lo avvicinano alla grande poesia amorosa, tralasciando Neruda, che va da Jaques Prévert a Francisco Garcia Lorca, da Walt Whitman a Antonio Machado, da Wislava Szymborska  a  Nazim Hikmet.

La Poesia diventa così via di fuga e luogo di salvezza da un’esistenza divenuta insopportabile per restituirci il sogno e la bellezza!

Non è forse questo il ruolo della poesia?

Sandra Vita Guddo

 

 

 

 

 

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