LA REALTÀ E LO SGUARDO di Uliano Lucas e Tatiana Agliani = rec. Rosario Sanguedolce

 LA REALTÀ E LO SGUARDO.

STORIA DEL FOTOGIORNALISMO
IN ITALIA.

 

ULIANO LUCAS /
TATIANA AGLIANI

 

Einaudi

pp. XXVI + 569, 176 ill., ISBN 9788806162016 € 42

 

recensione di Rosario Sanguedolce

Quali sono stati i percorsi del fotogiornalismo italiano? Quali i suoi protagonisti? Quali le scelte narrative che lo hanno caratterizzato? Che ruolo è stato attribuito alle immagini nella stampa del nostro paese? Il volume si apre con questi interrogativi  e ripercorre la storia del fotogiornalismo italiano dalla seconda metà dell’Ottocento alla fine del Novecento. In
esso si ricostruiscono le dinamiche dell’incontro della stampa d’informazione con la fotografia. All’inizio l’aspetto prevalente fu il ritratto e fino alla fine dell’800 è difficile trovare nei quotidiani la fotografia come veicolo di informazioni: essa era piuttosto un corollario al testo come fonte di informazione. Trova largo impiego nei periodici illustrati e cominciano a essere pubblicati gli inserti domenicali come “La domenica del Corriere”, “La tribuna illustrata”. Cominciano ad apparire le prime cover story disegnate. I primi tentativi di fotogiornalismo appaiono con la guerra di Libia e soprattutto con la prima guerra mondiale. Gli autori dedicano molte pagine sui caratteri dell’uso propagandistico dell’immagine durante il fascismo; infatti furono create due strutture che conferivano ai governanti un controllo completo della stampa e della fotografia: l’Istituto Luce e il MINCULPOP. La stessa cosa accadeva in Germania con i nazisti e la creazione del ministero della propaganda nelle mani di Joseph Goebbels conferiva un controllo continuo e totale su tutti i mezzi d’informazione a partire dalla fotografia.

Sempre in Germania si capi che il cinema aveva una potenza evocativa e di convincimento enorme che il regime seppe sfruttare a dovere: il caso della regista Leni Reifenstahl è rappresentativo. Nel suo “Il trionfo della volontà” esalta con immagini di grande effetto la figura del fuhrer e dei gerarchi, partendo dalla visualizzazione delle Olimpiadi che si tennero a Berlino nel 1936. L’esaltazione del tedesco biondo, atletico, possente e vincitore di gare olimpiche viene fuori in modo dirompente. Sia i fascisti sia i nazisti imponevano che le fotografie fossero fatte dal basso verso l’alto per esaltare la potenza dei loro corpi ma qualche volta con esiti grotteschi: allora interveniva la censura che distruggeva immediatamente fotografie e negativi.

Gli autori studiano poi le modalità
della presenza di questo tipo di documentazione nei periodici illustrati del dopoguerra e degli
anni Cinquanta, quando il fotoreportage italiano iniziò a percorrere con sicurezza nuove vie. Così, dedicando via via spazi crescenti alla ricostruzione della vicenda del fotogiornalismo, si studiano
le interazioni tra l’esperienza italiana e quella internazionale, ripercorrendo gli anni del miracolo economico, della ‘contestazione’ politica dalla metà degli anni Sessanta al decennio caratterizzato dal terrorismo, per arrivare fino all’epoca della globalizzazione, degli anni Ottanta e Novanta, nel corso dei quali avviene la riorganizzazione del sistema informativo e il fotoreportage è spesso ridotto a mero riempitivo quando non è anche costruito o imposto dalle agenzie.

La scrittura diviene nel percorso temporale dell’analisi, soprattutto per Lucas, la testimonianza del fotografo che ha vissuto da protagonista molte di quelle vicende, che sa guardare alla produzione delle immagini e all’evoluzione delle tecnologie con cognizione di causa, ma che, al tempo stesso, ha avuto la passione e la volontà di riflettere sulla sua esperienza e su quella di molti colleghi, e l’umiltà di affondare lo sguardo (non una, ma ripetute volte nel corso del tempo e con sorprendenti risultati) nelle migliaia di pagine dei periodici stampati nel corso di quei decenni. Grazie a questo percorso metodologico gli autori possono rispondere a domande come: “le foto pubblicate sulle decine di periodici di questo paese documentano davvero il proprio tempo? Cosa hanno fotografato i fotoreporter, e cosa hanno scelto di pubblicare i direttori? In che misura le richieste dell’editoria hanno condizionato o modificato il modo di fotografare dei reporter?” La specificità e originalità dell’approccio degli autori è poi confermata dall’attenzione rivolta anche a tre temi che, ad una osservazione superficiale, parrebbero marginali. Il primo è la diffidenza e sufficienza con cui per decenni si è guardato da parte della cultura ‘alta’ al linguaggio fotografico “strettamente legato ad un mezzo tecnico” al punto da inventarsi, sul piano normativo, nella tutela del diritto d’autore, l’esistenza di varie tipologie di fotografia. Il secondo è l’esclusione dei fotoreporter dall’ordine dei giornalisti sino agli anni Settanta del Novecento. Il terzo sono le tortuose modalità del riconoscimento della fotografia come bene culturale. Gli autori non sembra abbiano incluso tra le fonti per le loro analisi gli archivi fotografici dei periodici e delle agenzie, ma, per quanto riguarda una simile scelta, possiamo immaginare le difficoltà che li hanno indotti alla rinuncia. In ogni caso, l’ampiezza di respiro del saggio riscatta agli occhi del lettore le imprecisioni che non mancano nel testo. A un certo momento Lucas e Agliani si chiedono: “il fotogiornalismo sta morendo per obsolescenza? Ha esaurito la sua funzione storica? Perso la sua carica rivoluzionaria?”. In realtà sta cambiando profondamente la visione ed il nostro rapporto con le immagini. Non è quindi solo una questione di tecnologie e di nuovi media, “ma di un mutato rapporto con la realtà e con la società” che è indispensabile comprendere e analizzare a fondo ripercorrendo con attenzione la storia della visione.

Un capitolo molto importante viene dedicato ai rapporti tra il neorealismo del cinema e la fotografia:  registi come Giuseppe de Santis (Riso amaro), Roberto Rossellini (Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero), Vittorio de Sica (Ladri di biciclette, Sciuscià, La Ciociara), Pietro Germi (In nome della legge, Il ferroviere) hanno creato il cinema italiano dal niente e con niente lo hanno portato ai più grandi successi internazionali: ancora oggi sono film citati da attori e registi ovunque. Dal neorealismo cinematografico non poteva non esserci una ricaduta nella fotografia. Gli autori citano due fotografi, l’una palermitana Letizia Battaglia e l’altro di Bagheria Ferdinando Scianna, i quali partendo dalla lezione del neorealismo sono diventati fotografi di fama internazionale. Letizia Battaglia ha preso la strada della cronaca spesso nera con servizi su delitti mafiosi che ancora oggi suscitano forti emozioni, mentre Ferdinando Scianna ha percorso la strada della foto etnica facendo conoscere al mondo intero molti aspetti della realtà rurale e paesana della Sicilia. Scianna è stato amico di Cartier Bresson ed è stato membro dell’agenzia Magnum la più importante al mondo fondata da Robert Capa e Cartier Bresson. Negli anni ’50-’60 un film rivoluzionò l’assetto del cinema post neorealismo, La Dolce Vita di Federico Fellini il quale introduce nel film un nuovo tipo di fotografo “il paparazzo” che era un nuovo modo di fare reportage coinvolgendo soprattutto il mondo dello spettacolo. Via Veneto a Roma era diventata il salotto frequentato da attori, registi e dal bel mondo dello spettacolo. I paparazzi che giravano con le loro Rolleiflex appese al collo, stavano sempre in guardia per scattare la foto scandalo che riprendesse attori e attrici in atteggiamenti sentimentali. In fondo era questo che gli italiani volevano: dimenticare gli orrori della guerra, si era in pieno boom economico e il mondo dello spettacolo rappresentava i sogni di tutti. La FIAT stava motorizzando gli italiani con la 600 e la 500. I settimanali del tipo Grand Hotel oppure Sogno con i loro fotoromanzi a puntate davano l’illusione che il mondo dorato dello spettacolo fosse a portata di tutti pur se con le fotografie. Si sapeva che era un’illusione così come la fotografia è una grande illusione ma che può renderci felici anche per poco tempo, come la visione di un’opera d’arte. Tazio Secchiaroli, il più famoso paparazzo che poi cambiò registro per una fotografia di alta qualità e di contenuti, fu il fotografo di Sofia Loren e per lui “una bella foto è quella, dove ci metti dentro tanta emozione, tanta vita.  Oppure è quella dove mestiere e fortuna si sposano perfettamente: una bella foto è quella in cui riesci a dire tutto senza dimenticare nulla, e forse anche qualcosa di più di cui si accorge un altro che guarda….Ma c’è qualcosa di più, che uno si deve portare dentro da ragazzino: la curiosità per il mondo e la passione per la fotografia”. Da sottoscrivere in pieno!

Torino, Einaudi, 2015, pp. XXVI + 569, 176 ill., ISBN 9788806162016 € 42

Rosario Sanguedolce

 

 

 

 

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Una risposta

  1. Alessia Guglia ha detto:

    Ho appena letto questa tua bellissima recensione. Viene voglia di comprare subito il libro.