Vera Basnia. I miei racconti psicofantasiosi == rec. Emilia Ricotti

“Vera Basnia.

I miei racconti psicofantasiosi”

 

Recensione di Emilia Ricotti

E’ il primo libro di Vera Basnia che recensisco e mi auguro per lei che possa avere tante altre recensioni per confermare l’epilogo dell’ultimo racconto: “Un teatro inconsapevole ” dove in un dialogo, a tratti sferzante, tra Saggia, Amata, Marilan e lei stessa, qui quindi la prospettiva è auto diegetica, perché personaggio ed autore coincidono e fa dire ad Amata: Noi ci aspettiamo molte opere da te.. “non capisci che sono viva ora e posso scrivere quanto voglio, fino a notte inoltrata, mi sento felice come non mai…!

E’ questo il sigillo della sua filosofia di vita: occorre solo la distanza necessaria tra estasi e il suo opposto, per non sfracellarsi e per sconfiggere i guerrieri dall’armatura rilucente, perché più grandiosi i soldati, più cresce la possibilità di vincere, e in una società, che di armature sfolgoranti ne sa fin troppo, è una gran bella metafora ed un monito che l’arte con i suoi paradisi nascosti rimane una cittadella inespugnabile. Magia invece sconosciuta a Savia che sconosce i sortilegi per correggere quei due cunei all’ingiù agli angoli della bocca e non credo proprio che sia casuale la collocazione di questo racconto a conclusione della sua raccolta.

C’è in tutta l’opera di Vera Basnia una chiara visione altalenante della vita….

Il regalo che sospende-la festa che Vera va ad aprire con la fata staccata,  Vera e la fata staccata che nasce da Vera, ma non è lei, ma ha molto da imparare da lei, la fatina era magica, ma aveva anche dei momenti umani, Vera era umana, ma aveva imparato qualche magia che consisteva nel saper sentire le emozioni, una festa, un angioletto biondo che però sorride di raro, e una mamma che storna l’attenzione dalla bimba con un nuovo viaggio o un nuovo oggetto, una mamma cui i genitori che abitano sotto, le permettevano di passare sopra alla loro opinione, è questa dei racconti di Vera ….una trama intessuta di riferimenti anaforici che rinviano ad una chiara matrice psicologica, la vita di Vera in simbiosi con la fata, il bisogno di lavorare e raffinare il regalo di compleanno di pietra abbozzata
Ci vuole un po’ più di sole, per questo la fata riattaccata tornò dentro Vera.

Vera che passa in rassegna il cimitero domestico, e la fata staccata e quella attaccata a contendersi il cuore e il pensiero di Vera, il bisogno di guardare il tutto come un puzzle composito dall’alto mentre acquista i suoi contorni definiti, l’insieme è di freudiana memoria, i racconti psicofantasiosi si sviluppano tutti tra sogno e realtà e risulta complicato ricomporre il quadro d’insieme.

Certo indagando, perché più che di favole hanno a tratti il ritmo di un noir, questi racconti tutti percorsi dall’aspirazione ad una bacchetta e ad una fata salvifica che tutto vivifica e che magicamente sciolga il gelo del cuore, il cimitero domestico reso dai bicchieri vuoti, dai fiori lasciati qui e là come se la primavera avesse una crisi d’identità, la madre e un tintinnio inutile di chiavi e la sua mano mentre si avvicinava alla guancia di Vera evoca il fruscio che la bimba aveva atteso tutta la mattina con la faccia lunga rivolta all’orizzonte della finestra; è questa un’ inquadratura cinematografica che racconta la delusione dell’angioletto biondo .

Ma si può raffinare un sorriso alla raffineria dei pianti e sorrisi? Occorreva che le venisse affiancato qualcuno per andare da re Grembo che possedeva gli strumenti, insidioso il sentiero chissà che lì non avesse trovato qualcuno, e per fortuna quando resta sola a casa c’è zia Betty. Betty col suo segreto nascosto sotto i sacchi della spesa, Betty col suo bottino di bottiglie, Betty che dormendo russava ma quel russare le faceva bene, perché le faceva pensare: “quello che le ruba la realtà glielo dà il sogno”. Ed è l’abbraccio di zia Betty che fa tornare la fata staccata per guidare i suoi passi e per riconoscere quelli buoni dai cattivi, e le fu risposto: “quando metti un passo avanti all’altro, se questo passo ti fa sentire calma è un passo buono ed è quello il sentiero. E a poco, a poco, man mano che vai avanti, i passi divengono da sereni a più sereni e poi felici”.

Ed è fantastica l’immagine della fatina e della bimba alla ricerca dei passi felici e la metamorfosi della fatina che trasforma la bacchetta magica in una stella:  ” E si versarono la luce addosso” ed è pioggia di bellezza. “Ok ok” conclude la piccola Vera, disponendosi ad ascoltare, “tu sei la mia fata”, “ok ” “lo devo solo emozionarmi”.

Ed a dipanare il rebus delle frasi incise sopra la grotta di Re Grembo è di ausilio la fatina e la visita al Lago delle Madri, e l’incontro con Re Grembo che gli si rivela come l’alter ego che esiste dalla notte dei tempi e che conosce i suoi sogni, le fantasticherie, i desideri di ognuno e in una epifania reciproca, dove la bimba rivela il dono sacro della sua immaginazione che le fa dire: “Io amo più di tutto immaginare favole“, per questo la fata creata, si sente meno sola, Re Grembo affina il dono di pietra e con la fata si avviano a passi quieti davanti al Lago delle Madri dove la bimba impara dalla fata a guardare l’immagine della sua mamma qui nel lago e impara dalla fata a rendere più bello quel sorriso aggiustandolo con delle piccole onde, e la cosa da amare di più, è la favola del suo sorriso.

E un effetto speciale, davvero speciale con la sparizione della pietra e della fata, conclude il sortilegio di chi ora conosce i passi felici. “E si versarono la luce addosso” ed è pioggia di bellezza, come questa interessante opera di Vera Basnia.

 

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