Intervista a Don Backy di Pippo La Barba

                                                                       Intervista di Pippo La Barba                                                                                                                  

     ( foto di Anna Streva)

                                                                         DON BACKY, L’ETERNO SOGNATORE

“Sognando” è una fiaba musicale scritta da Don Backy, un misto tra fantasia e realtà, nata per insegnarci qualcosa di buono, dei messaggi di amicizia, di lealtà, di altruismo, di rispetto verso il prossimo. Forse è questa la vera poetica di un cantautore che ha fatto sognare con le sue canzoni un’intera generazione e che oggi piace anche ai giovani.

 

Tu come De Andrè, hai composto delle ballate,  una per tutte La storia di Frankie Ballan, tratte da storie  vere. La tua ispirazione musicale nasce sempre dall’osservazione della realtà ?

Sì, per me è indispensabile che qualcosa crei un impatto emotivo forte. Riesco a scrivere solo in questo modo e ne fanno fede tutte le mie canzoni che, ascoltandole con attenzione, si mostrano come delle vere e proprie sceneggiature cinematografiche, ovvero sono dei piccoli film, che raccontano la storia da me vissuta e non solo in prima persona.

Ti definiresti un eclettico, dato che scrivi testi, poesie e scrivi libri; canti, reciti, dipingi?

Mi definisco un curioso con qualche sprazzo di capacità e di voglia di non rinunciare mai a cercare di farcela. Il mio motto è: “gli antichi non sapevano che quella cosa era impossibile da farsi, pertanto…. la fecero”.

L’eclettismo è un limite o una ricchezza?

Se viene usato come lo uso io, soprattutto come sfida a me stesso, è sicuramente una ricchezza, basta conservare la giusta umiltà e tenere sempre presente perché quella cosa la si fa, senza sentirsi per questo un superuomo.

Tu nel 67 hai scritto il primo libro, “Io che miro il tondo”, pubblicato da Feltrinelli e recentemente riproposto da Clichy Edizioni – Firenze. Lo consideri una autobiografia, o cos’altro?

Come tutte le mie cose, l’ho buttato giù così, in una sera di esplosioni e di fantasia. Certo, ci sono elementi autobiografici. Lo definirei un caleidoscopio: vi convergono realtà e fantasia, paradossi come i vocaboli tutti da collocare nella loro giusta etimologia con sollecitazioni, quindi, a far uso della memoria, per la giusta dizione.

Cosa ha significato per un ragazzo con un lavoro assolutamente diverso, essere scritturato nei primi anni sessanta dalla casa discografica di una star come Celentano?

Per me è stato un sogno da Alice nel paese delle meraviglie. Ciononostante, penso che il buon Adriano abbia avuto la vista lunga nei miei confronti. In fondo sono stato l’unico del Clan ad avercela fatta in maniera sostanziale e sostanziosa e a uscire dall’orbita celentanesca, assumendo una mia propria identità e personalità. Se si va a vedere la storia degli altri del Clan, si fa fatica a ricordarli. Il mio, non mi pare un cattivo risultato.

Quanto ha inciso sulla tua successiva evoluzione musicale la nota vicenda delle royaltes non pagate, che poi ti ha portato alla definitiva rottura con il clan?

In questo caso è veramente stata una scarsa lungimiranza nei miei confronti. La cosa poteva essere davvero risanata al momento stesso, ma evidentemente l’amor proprio e la consueta iperestensione di sé, consigliò male il mio sodale e quindi prevalse la forza sulla ragione. Penso che se fossi rimasto, molte mie cose avrebbero potuto certamente avere il successo meritato e molte altre sarebbero potute nascere dalla collaborazione. Ma l’io egocentrico del boss giocò un ruolo fondamentale. Peccato.

Per accontentare Ornella Vanoni che voleva cantare un tuo brano, Casa Bianca, contro la tua volontà, lo fecero firmare a un prestanome. Questo ti ha lasciato una scia di amarezza?

Fosse dipeso da me, non avrei (e non avevo) concesso il benestare nemmeno sotto costrizione. Fu tutto fatto mentre non ero presente, con tanto di mia firma falsificata da Detto Mariano. Tutto questo mi ha lasciato molta amarezza, in specie per il comportamento degli uomini (?), oltre ad aver perduto la musica della canzone, a favore di un individuo (Eligio La Valle) che non ho mai avuto il dispiacere di conoscere. In Italia l’unica vera, grande riforma da fare sarebbe quella della giustizia, che nei miei confronti è stata veramente “ridicola”.

Brani come Sognando e L’immensità  rispecchiano un sentire comune. Come fa un artista ad andare oltre la soggettività e tradurre in musica emozioni che fanno parte dell’immaginario collettivo?

Ripeto: ho bisogno di qualcosa, che mi metta in circolo una particolare adrenalina emozionale. L’incontro con un ragazzino autistico mi provocò “Sognando”, una notte di pioggia, in cui i pensieri sull’essere solo si dilatarono, mi suggerì L’immensità.

Il fatto che il sindaco del tuo paese, Santa Croce sull’Arno, s.ra Giulia Deidda, abbia deciso di dedicare una bellissima rotonda spartitraffico – nata da una gara/progetto fra gli studenti dell’Istituto di Belle Arti di Firenze e Bologna – proprio all’ingresso principale del tuo paese, a Don Backy=L’Immensità e che un piccolo pianeta, recentemente scoperto dall’astrofisica Maura Tombelli, porti lo stesso nome, che sensazione ti provoca?

Beh! ne sono particolarmente orgoglioso. Penso di essere il primo ad avere un onore così grande (a parte la targa dedicata a “Casa Bianca”, sempre al mio paese). La rotonda spartitraffico (s’inaugurerà il 20 0ttobre, salvo complicanze), penso sia la più bella ideata in Italia sicuramente. Contiene elementi grafici, che ricordano la canzone e tutte le parole della prima strofa. Peccato che queste notizie siano di scarso rilievo per stampa e tv.

Tu hai partecipato a ben 22 film. Cosa ti ha dato in più l’esperienza di attore? C’è una sinergia tra  musica e cinema?

No, almeno per me. Ho fatto molte esperienze in vari campi dell’arte: ho scritto libri, ho disegnato fumetti, ho recitato in 2 commedie musicali in teatro, ho dipinto quadri. Il tutto però tenendo sempre ben presente che il mio “mestiere” è quello di scrivere e cantare canzoni. Una volta soddisfatta la curiosità che mi aveva mosso quel particolare segmento dell’arte, non ho avuto difficoltà ad abbandonarlo.

Cosa hai voluto dire intitolando il tuo ultimo cd “Pianeta Donna”?

Ho desiderato metterla al centro dell’universo, dove  è degna di stare, non per gentile concessione, ma per diritto. Troppi soprusi in nome di nulla, le sono stati imposti e arrecati danni. Se posso contribuire con le mie canzoni a che essa venga più protetta nella sua essenza, potrò dichiararmi soddisfatto.

Tu hai scritto e inciso Pregherò, un inno alla vita. Che rapporto hai con la religione?

Questa è una domanda che meriterebbe un approfondimento decisamente più articolato. Sono cattolico per tradizione e nascita, ma in età adulta sono costretto a molte riflessioni, pur conservando una certa “religiosità”. Comunque, nel mio ultimo lavoro “Pianeta Donna”, ne ho inciso una mia versione, completamente diversa dalle centinaia di altre, che sono state realizzate nel tempo. Un arrangiamento minimalista, ma decisamente adatto al concetto espresso nel brano.

 

Pippo La Barba

( da www.inchiestasicilia.com)