L’ immaginifico scenario nei versi di G. Barberi Squarotti di Rossella Cerniglia

 

L’IMMAGINIFICO SCENARIO NEI VERSI DI G. BARBERI SQUAROTTI

( Piccolo omaggio alla sua memoria )

     Queste brevi annotazioni relative al discorso poetico di Giorgio Bàrberi Squarotti sono nate dalla rielaborazione di appunti presi in occasione delle letture di quattro raccolte di versi dell’Autore, precisamente di La scena del mondo, pubblicata nel 1994 e delle più recenti Le vane nevi e Trionfi d’inverno e infine di Le avventure dell’anima che dopo varie vicissitudini è stata finalmente data alle stampe in tempi a noi vicini. Rielaborazione e rimeditazione, pertanto, che hanno consentito un attraversamento, per così dire, diacronico, delle opere alla ricerca di temi e di motivi da cogliere nella loro maturazione e nel loro contemperarsi.

La scena del mondo acquista un’importanza peculiare nell’ambito della nostra letteratura per una visione meditata e consapevole della vita e dell’arte, in una prospettiva che si riconosce interna al mondo, e da tale particolare collocazione, guarda il mondo e lo riflette.

L’individuo, infatti, piuttosto che una “monade senza finestre” è “una monade con finestra”, nella quale sembra scorrere, secondo la barberisquarottiana “scena del mondo”, un flusso incessante, quasi bergsoniano, di essenze in perenne divenire.

L’uomo si illude soltanto di potere intervenire all’interno di questo incessante fluire; in realtà è solo il visitatore di una galleria che osserva il “quadro” alla parete o lo spettatore davanti alla “scena” in un teatro o colui che guarda in un “libro” o attraverso ad una “finestra”.

Il “quadro”, la “cornice”, la “pagina”, la “finestra”, la “scena” sono emblemi ricorrenti nel poema di Bàrberi, e traducono il limite della prospettiva individuale, umana, di contro al flusso incessante di bellezza in continuo divenire della vita – assai spesso  incarnata nella figura di una “ragazza”.

L’arte, che aspira a cogliere la realtà più vera, sembrerebbe un’umanissima illusione, la pretesa di una nuova creazione, ma il Poeta ironizza perché il tentativo appare maldestro e patetico nella sua illusorietà. L’arte è un semplice riprodurre ciò che ci è dato, cioè questo fluire e questo perenne dileguarsi nell’angusta prospettiva del nostro occhio che guarda.

L’evanescenza, l’etereità di sfondi e figure, create dall’Autore, le atmosfere diafane, i tratti dolci, le tinte delicate, null’altro, credo, testimonino che questo “essere in bilico” dell’esistente, il suo essere eternamente soggetto allo scomparire.

La presenza della morte appare, dunque, pesantemente nella vita: sembra vivere dentro le cose che “sono un istante” e divengono subito altro. E l’uomo non coglie neppure il senso di questa fuggevolezza; ha davanti a sé pochi frammenti di questo scorrere, poche tessere di un mosaico che non riesce a ricostruire per intero. Per quanto si adoperi, il suo “piccolo occhio” sul mondo, la sua esigua “finestra” ne fa un “piccolo dio imperfetto” che disperatamente tende alla perfezione, all’appropriazione totale dell’Altro, del Mistero che in esso si cela, che farebbe ingigantire il suo occhio, rendendolo uguale a quello di Dio.

Ma proprio qui sovviene l’ironia, pur amara dell’Autore, che si pone in una condizione scettica non solo in relazione alla umane possibilità di conoscenza, ma anche rispetto all’aldilà della “cornice” e dello stesso Dio. E così Dio è, talvolta, umano, irrisore dei mortali, violatore o supervisore indifferente. E ciò perché anche Dio non può che essere visto dalla “cornice”, dall’interno del nostro limite che non può abbracciare il Tutto. Ma se anche la sofferenza, la perdita, il mancamento, la morte, sono parte della vita, il dilemma si spinge fino a Dio: riuscirà Egli a pareggiare i conti con l’uomo di cui è da sempre debitore? Quale sarà il suo atteggiamento di fronte a chi, stanco, piagato, inerme, dopo avere tanto a lungo aspettato, con commovente disperata sottomissione e pazienza, quale sarà il suo atteggiamento alla fine dei giorni, quando l’uomo sarà, testardamente, ancora lì, al suo cospetto, per ricevere la promessa ricompensa? E il libro pare definirsi proprio con l’affermazione ultima del dubbio, del mistero che avvolge la realtà tutta, a volte, manifestato attraverso elementi inquietanti dello scenario che sembrano stravolgere di colpo la realtà, gettando su di essa una luce improvvisa, un lampo sinistro o aprire verso significati altri, paradossali e remoti e conturbanti.

La silloge poetica Le vane nevi  rinnova la visione dell’incessante fluire e già nel titolo sembrerebbe condensare il senso di un divenire come cambiamento di stato e mancamento, consunzione e disillusione di vane attese. Porta, certo, la significazione dell’incongruo fluire delle esperienze – col corollario di emozioni, speranze, sogni, desideri – del continuo elementare fluire: condensazione e rarefazione, verità e non-verità, sogno e realtà che trapassano l’uno nell’altra in un misterioso rincorrersi, in una misteriosa fusione che rende inestricabili i due poli dell’esperibile.

In un visionario accumulo di sensazioni, percezioni, istantanee illuminazioni, che costituiscono l’apice della memoria, Giorgio Bàrberi Squarotti dipinge ancora un moto che è, senz’altro, la vita. Misterioso flusso di evanescenze e icasticità che si amplifica, creando e ricreando immagini: pare nutrirsi delle stesse emozioni, per cui il paesaggio che si illumina nella memoria è la stessa nostalgia con cui lo si richiama in vita, lo stesso desiderio ipostatizzato che trova carne per rivivere intatto. La vita infatti, non è solo nella realtà che ci è data, ma nello strumento di invenzione e ricreazione che determina l’universo che è in noi.

Così i cieli trascolorano in un incessante divenire, dando forma ai moti interiori, alle vibrazioni sconosciute che prendono a palpitare in immagini di estati accese, infiammate; e dopo tanta solarità si scompongono, il cielo si curva, si abbuia sui filari di viti e sulle colline; cieli luminosi e incalzanti autunni prendono forma, divariano, mescolano in uno le loro essenze sparse e profumano nella memoria di quel giorno lontano, di quel momento prezioso il cui stigma resta impresso, per sempre, dentro il cuore.

Cos’è, infatti, la vita se non questo scorrere, questo dipanarsi inarrestabile, questo essere, a un tempo, dentro e fuori di noi, indistintamente? Mi pare di cogliere in questo un aspetto e un senso che attraversa e lega le quattro raccolte.

Ma c’è, tuttavia, nell’attimo un trionfo: l’istante immortale che ritorna, bello e immacolato e non consunto. Bello di primavera e di vita, bello di giovinezza e candida malizia. Attimo insistentemente segnato dalla presenza, nella raccolta, delle tante fanciulle, così da non poter costituire semplice iterazione o leitmotiv, ma tema, il più alto, e punto di raccordo tra fuggevole ed eterno.

Le fanciulle, tutte le fanciulle di questo raro poema che le celebra, pur nella soave carnalità, si offrono in una idealizzata purezza, in una rappresentazione in cui la nudità stessa è bellezza, anzi astratta bellezza. La loro viva presenza è solo il correlativo che oggettiva la loro essenza astratta, ideale: la rappresentazione della vita trionfante, nella sua gioiosità ed espansività e bellezza. Così, pur in tanto variare, esse sono sempre uguali, in eterno generate da un unico sogno: poco importa se i corpi siano candidi o abbronzati, e i capelli biondi o bruni. Tutte hanno le caratteristiche essenziali che le fanno impudiche e verginali a un tempo, in equilibrio misurato tra porgersi e timoroso ritrarsi, in un atteggiamento di perfetta ambiguità tra dono di sé e rinuncia, sfrontatezza e candore; contraddizioni che le pongono ferme, e come sospese, sulla soglia di quel mutamento adolescenziale che prelude già all’esser donna.

Preziosa e magica, l’alchimia del verso fiorisce in sapienti giochi coloristici di accesa luminosità e di innevata purezza che caricano di simbolismi e richiami le visioni. Il convergere in uno del fluire e delle infinite diramazioni esplode nella forma eterna, persistente, della bellezza ambigua e dolce: sola immagine che prenda luce da se stessa, radioso e spalancato sole diurno, fulcro d’ogni fluire.

Così, questo è forse il solo dono che si salva, e che salva, quando si sciolgono le nevi dell’inverno della vita, e l’alba consunta e gelida dissolve i sogni, ma non svuota il cuore.

Nel tracciato della successiva raccolta Trionfi d’inverno che idealmente continua Le vane nevi, si avverte più sensibile la divaricazione – che diviene intima e dolorosa dicotomia – tra i poli dell’esistente: luci e ombre, pienezza dell’essere e inconsistente grigiore, incertezza, vuoto, gioia e malinconie. Due amplissimi e distinti campi semantici riconducono al concetto di vita e a quello doloroso di perdita e di declino. Da una parte, quindi, il frutto gioioso, l’estatica pienezza, che ritorna nell’immagine della fanciulla ilare nell’estate festosa, lo splendore, la soavità, l’impeto e la grazia e il desiderio: la vita come dono di una giovinezza gioiosa, eternamente casta e ammiccante negli splendori di un suo tempo indeclinabile, la vita come richiamo ineludibile. E il tutto non cela la tenera ironia dello sguardo che contempla consapevole, ironia che è, poi, quel legame che conduce al polo opposto dove altre figure appaiono di scorcio, dentro atmosfere diverse: l’immagine del vecchio che osserva o scrive, dell’uomo che non vive la vita, ma la contempla e la ricostruisce e la medita. E la vita non è che un trascorrere di bellezza e di forme, in una luminosità sovrumana che pare collocare le figure in una sorta di iperuranio dove stanno solo archetipi di vita nella loro icastica inossidabile pienezza e gioiosità.

E il vecchio che contempla si accorge che questo stesso trascorrere davanti ai suoi occhi è una visione, il sogno che fluisce veloce, indistinguibile, da quanto chiamiamo realtà. Così l’ironia da dolce e coinvolgente si fa più sottile e amara, riflesso della precarietà dell’essere.  E guarda al destino degli uomini chiedendo a Dio risposte. E l’ironia investe anche la risposta che non c’è, e la vita dell’uomo che si colora di quest’assenza di risposte.  

Gli attimi di trionfo, in questo lento svanire, in questa lenta perdita di se stessi che è l’esistenza sono attimi di una vita che sempre e comunque rinasce, per mistero di Dio, dentro e fuori di noi, autentica creazione o solamente riflesso o sogno di essa o illusione.

Nell’ultima raccolta Le avventure dell’anima, il mondo -così come ci appare- non è che un’avventura che si perpetua nella nostra anima, continuando l’opera divina della Creazione. Vita che da sé ricrea nuova vita, connotando tutte le peripezie e i trastulli dell’anima: scompiglio e gioco in cui le tessere mulinano nel vento per essere ricomposte in nuovo ordine, mutando la topografia dello spazio reale in spazio dell’anima, in geografie nuove in cui si collocano esseri e situazioni che attingono alla realtà e la superano con quell’ironia lieve che sottende la finzione, in un gioco che si apparenta al gioco dell’Eterno Creatore.

In questa nuova vita, situazioni e paesaggi acquistano quella levità astratta che li eleva al rango di emblema e paradigma, e anche i personaggi e la fisionomia delle storie diventano, nell’ironia che li accompagna, in qualche modo allegorici, come se avessero a riferimento una significazione altra, rintracciabile tra le pieghe di uno scenario che allusivamente mostra e cela, e volutamente dice nascondendo: gioco che mirabilmente riproduce la presenzialità del reale e ne condensa la stessa gnoseologia.

L’impressione è quella di addentrarci in un quadro o di procedere dentro a un palcoscenico che d’emblée si apra in una faglia della realtà, in un varco o nicchia riposta, permettendo al lettore di intrufolarsi nella realtà riplasmata per assistere, in presa diretta, alla finzione. Nel quadro -o palcoscenico-  nel quale si è trasportati si disegnano i personaggi di un mondo immateriale, ma dal carattere spiccatamente iconico, che li fa rappresentativi di una realtà sempre ambigua ed inquietante.  Così, la ragazza nuda che qui ancora ritorna in molti versi, rappresenta, nella sua icasticità ed emblematicità,  “la pienezza qui, in terra,/ della bellezza che è, in cielo, la Rosa/ che non muta.”e, in altro luogo di questo straordinario poema, è detta “la più pura e intatta/magnificenza delle donne antiche/e future,” ed è visione paradisiaca, un annuncio che quasi schiude la visione dell’Oltre, e un innamoramento della vita, il filo che conduce e lega le molteplici trame dell’essere, visione-presenza che dà ristoro ad anima e senso. Anche la figura del vecchio qui si ripropone, ancora più fragile e assorto, ai margini della stessa vita, agli antipodi dell’emblema di letizia e splendore che è la ragazza. L’uno contemplazione e ormai distacco dalla realtà, l’altra la vita stessa: gioiosità e pienezza dell’essere nel suo farsi. Così, è per altre figure, che ancora tornano cariche di significazione, come quella del giovane che, talvolta, zoppica o mostra una ferita, a rappresentare e a condensare in un’immagine emblematica lo stigma dell’esistenza intera con l’inevitabile carico di sofferenze che essa comporta.

Messaggio tutto che, nella sua cifra più intima e alta, pare alludere e rimandare a un piano superiore di realtà come è, per esempio, negli ultimi versi di “Dicevano che era una strega”, dove “le stoviglie preziose, / le posate d’argento, il pane e il vino,” disposte sulla tavola, fanno pensare ad una rievocazione del rito cristiano dell’eucaristia; e sul tovagliolo sta “il nome dell’ospite/ che (dicono) è sopra ogni altro nome.” Verso ed enunciazione -che si ripropongono con uguale o assai simile perifrasi-  anche  nella chiusa di “San Martino, estate”. Vi sono poi altri rimandi che, di verso in verso, testimoniano come l’assunto e la tessitura del libro trovino in se stessi una definizione e una misura programmatica: ad esempio, in “Autoritratto”: “non importa se sono solo immagini,/ se così io moltiplico il mio tempo/ e anche la vostra vita. (…)”; e nello stesso testo, alla fine: “troppa è la vita, e più ancora è l’arte/ che è di Dio nepote.”

 

Rossella Cerniglia

 

 

 

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