Le Geôlier  di Sandra Guddo — rec. Antonio Martorana

SANDRA V. GUDDO

LE GEÔLIER

Ed. Vertigo

 rec. ANTONIO MARTORANA

Un’ epopea post moderna borghese.

Sono convinto che questa potrebbe essere una classificazione appropriata per il romanzo di Sandra Guddo “ Le Geôlier  “ ( Roma , Vertigo edizioni 2016 ), provando ad adottare la nota espressione con la quale Hegel definisce il romanzo del suo tempo : “ un’ epopea moderna borghese “. Sì! perché della post-modernità, segnata dalla crisi di ogni certezza e da una condizione esistenziale di profonda inquietudine, Le Geôlier riflette le varie contraddizioni epocali, con un tessuto narrativo connotato da una carica eversiva nei confronti dell’universo e del linguaggio del romanzo tradizionale.

Colpiscono le analogie con autori riconducibili all’esperienza del “ Nouveau roman “ che fa da vero spartiacque nella narrativa del Novecento, come l’antesignano Georges Bataille, Samuel  Beckett e Nathalie Sarraute, lanciata da Jean Paul Sartre, con la prefazione per la ristampa , nel 1957, al suo racconto “ Portrait d’un inconnu “ ( Ritratto d’ignoto ).

Sotto il profilo stilistico la narrazione della nostra Autrice si presenta come un lungo ininterrotto monologo, tenuto dal protagonista con un ascoltatore immaginario.

Ritornando alle analogie, è noto come la forma monologica venga utilizzata da Beckett nella sua trilogia, scritta in lingua francese ( Molley , Malone Muore e L’Innominabile, datate tutte nei primi anni cinquanta ) , ma anche dalla Sarraute tramite la “ sous – conversation “, sul cui filo scorre il citato “ Ritratto d’ignoto “. Quel conversare interiore è la voce del “ sous monde “ fatto di istinti e desideri, talora inconfessabili che si agitano sotto la superficie dell’esistenza quotidiana, restandovi celati dal velo di menzogne della comunicazione abituale.

Se questo individuo monologante ha preso la decisione di vuotare il sacco, non esitando ad esternare anche i suoi più agghiaccianti segreti, è perché non ce la fa proprio più a tenere ancora compresso nelle viscere del proprio intus quel magma incandescente che è il ricordo di una vita scellerata. Dando un’occhiata retrospettiva, quel passato appare come un torbido amalgama di quelle che un osservatore critico come Umberto Galimberti definisce come “ le idee pigre “ del lusso, del vizio, del divertimento, del confort, del sesso e della trasgressione: idee pigre partorite dall’idolatria del denaro, vero generatore simbolico di tutti i valori.

Proviamo adesso a calarci nell’involucro caratteriale del protagonista; si tratta di un imprenditore veneto cinquantenne: Cesare Molinari, titolare di un’avviata azienda di famiglia di supporti medici, ereditata “ da una delle famiglie più ricche e potenti del Nord – Est “ ( pag 16 )

Dal monologo – confessione si delineano le due dimensioni della sua vita: quella pubblica, segnata dalla velleità di essere un modello di imprenditorialità rampante e spregiudicata, e, quella privata, dove egli rivela il prodotto della proliferazione cancerogena dell’assioma deleterio per cui un uomo vale, nel contesto sociale, per quello che è l’ammontare del suo conto in banca e la consistenza del suo patrimonio immobiliare.

In tal senso Cesare, ostentando uno status – symbol di uomo di successo, è figura paradigmatica di una società moralmente bacata, facile preda della strumentalizzazione messa in atto dall’industria culturale che la vuole asservita ai falsi miti dell’effimero. Il lato più aberrante della personalità di Cesare è una forma di satiriasi tendente a degenerare patologicamente in condotte etero – aggressive, dagli effetti devastanti sul corpo delle povere vittime tanto da costringerle a ricorrere alle cure presso strutture sanitarie. Vivere la sessualità è per lui un associare immancabilmente il piacere al dolore per cui il massimo dell’eccitazione coincide con la vista del sangue che tinge di rosso le carni candide. E’ Cesare stesso ad ammettere che tali eccessi lo hanno portato ad un passo dall’uccidere e ne sa qualcosa la giovane prostituta Dafne, da lui stuprata in una squallida camera d’albergo.

Ma l’episodio più drammatico che ha segnato la sua vita è l’aggressione effettuata con furia selvaggia, ai danni di Camilla, la donna che non corrispondeva la sua passione. La dinamica di quell’evento così concitato è descritta in incalzanti sequenze destinate a rimanere impresse nel lettore per la crudezza del loro realismo, offrendo una prova del talento narrativo dell’ Autrice.

Si comprende così la centralità della simbiosi erotismo – violenza nel tessuto narrativo del romanzo, un rapporto che culmina nella contiguità erotismo-morte, tema molto presente nell’opera narrativa di Georges Bataille, specie in quell’autentico capolavoro che è “ Storia dell’occhio “, pubblicato nel 1928. Osservatore attento dei processi di degradazione fisiologica e materiale dei corpi in cui si esteriorizzano la morte e il nulla, Bataille vede nel binomio erotismo – violenza lo strumento di un’esperienza mistica “ senza Dio “.

Sarà una poesia di Prévert, in un libro ritrovato sul luogo dello stupro appartenente a Camilla, a colpirlo come un’improvvisa folgorazione. L’angolino in alto a destra in una determinata pagina a mo’ di segnalibro guida gli occhi di Cesare su quei versi che così suonano: Dove vai bel carceriere /con quella chiave macchiata di sangue ?

E’ nella figura del geôlier che egli scopre la sua vera identità: “ Sono io le geôlier della poesia di Jaques Prévert “ , Comprende come quella carriera di stupratore famelico e spietato lo abbia portato ad essere il carceriere di se stesso, un ruolo che adesso aborre, deciso a spezzare le catene che lo legano al passato. Il sostegno di una nuova figura femminile rivelatasi provvidenziale, lo induce a intraprendere un percorso riabilitativo che potrebbe avere come meta finale Napoli, la città dove vive la figlia ignorata.

L’azione dal Veneto, dove Cesare aveva abboccato alle trame separatiste di una pericolosa organizzazione clandestina, si sposta al Sud. E così la topologia del romanzo, quella che Lotman definisce la “ geografia” degli spazi che si contrappongono, sia sotto un profilo ideologico , sia sotto un profilo sociale ( Nord – Sud ), pare sia prossimo ad innestare, relativamente a Cesare, un elemento trasformativo nella dialettica tra uno status iniziale, di cui si colgono le nefandezze e i limiti, e uno status finale di equilibrio ritrovato. Quel quadro dialettico in cui il protagonista si muove potrebbe essere letto, in base alla teorizzazione di Lévi- Strauss, al di sotto del terreno immaginativo, in chiave ideologica e culturale più profonda come cifra narrativa di contraddizioni radicate in tutta l’esperienza umana.

Sarebbe estremamente interessante una lettura in chiave psicoanalitica del romanzo. Visto da un ottica freudiana, Cesare è un soggetto che associa il culto del denaro ad un investimento libidico sulla propria persona come oggetto d’amore ( Narcisismo ) che si pone in rapporto simmetrico con l’investimento libidico sugli oggetti esterni ( auto sportive, orologi rolex, le cravatte di Marinella, il corpo stesso di Camilla, oggetto delle sue brame .

E’ proprio Freud a sottolineare come “ fondamentalmente l’investimento dell’ Io persiste e si comporta nei confronti degli investimenti oggettuali come il corpo di un animaletto protoplasmatico nei confronti degli pseudopodi da esso prodotti. “

Solo che quella simmetricità è destinata a saltare con la degenerazione nel sadismo da parte di Cesare. Ed il sadismo, avverte Freud, contiene sempre un seme di masochismo” : “ un sadico è sempre allo stesso tempo un masochista, anzi è proprio, nella fase masochistica, corrispondente ad una conversione dell’attività in passività, che il far soffrire diventa un elemento essenziale. “ ( S. Freud, Gessamelte Werke, London, Imago, 1940-52, vol. V pag.59 )

Cesare Molinari, sotto un profilo sessuologico, è dunque una figura emblematica della combinazione delle due perversioni analizzate da Freud, sadismo e masochismo, tema questo che in Francia è stato oggetto di approfondimento da parte di Daniel Lagache in un suo contributo fondamentale “ Situation de l’aggressivité, ( in “ Bul . Psyco “ vol. XIV, 1, 1960, pp. 99 – 112 ), dove viene sottolineata l’interrelazione tra le due posizioni, sia nel conflitto intersoggettivo ( dominio – sottomissione ) che nella strutturazione della persona ( autopunizione ).

Il comportamento sessuale di Cesare presenta una dinamica che vede scattare in lui una “ pulsione “ di aggressione  “ Aggressionstrieb “ ( pulsione di aggressività espressione introdotta da Alfred Adler  nel 1908 ) che si traduce immediatamente in “ pulsione di distruzione o di morte “ ( nozione introdotta da S. Freud nell’opera “ Al di là del Principio del Piacere, 1920 ).

Per fortuna Cesare saprà trovare la via di fuga da quell’inferno di perversione e disfacimento, così ben rappresentato da Sandra Guddo, nella scia di quanto magistralmente aveva fatto  Goerges  Bataille nella “ Storia dell’occhio “ .

E così la “ logica profonda” che accompagna lo sviluppo dell’ azione, approdando ad una conclusione di equilibrio ritrovato, è pienamente coerente con lo schema di Vladimir Propp nel suo classico studio “ Morfologia della fiaba “, considerato l’archetipo di ogni ricerca narratologica.

ANTONIO MARTORANA